150 anni dell’Unità d’Italia. Mille e non più mille di Angela Pellicciari

Da il 17 marzo 2011

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L’invasione di uno Stato in pace senza dichiarazione di guerra, agevolata da fenomeni di corruzione e dalla connivenza della Massoneria.
Questo fu lo sbarco dei Mille.
L’epopea dei Mille è nota in tutto il mondo. Mille uomini, e per di più ‘civili’, che conquistano un regno vecchio di oltre settecento anni. Un regno ricco, che vanta la seconda marina del continente dopo quella inglese. Episodio tanto incredibile da essere definito miracoloso da Ippolito Nievo, garibaldino della prima ora. Miracolo? Nulla di più lontano dalla realtà. L’impresa dei Mille è frutto di una preparazione meticolosa.
Per tre anni, tutti i giorni, Giuseppe La Farina (il siciliano massone divenuto segretario della Società Nazionale) ed il presidente del Consiglio del Regno di Sardegna Camillo di Cavour, si incontrano in camera da letto del conte per pianificare l’intervento armato in Italia meridionale. Lo fanno in gran segreto.
Al punto che La Farina deve passare per una scala di servizio che comunica direttamente con l’appartamento di Cavour e deve farlo prima dell’alba.

Che le cose stiano così è provato nel modo più inconfutabile dalle lettere e dagli articoli dello stesso La Farina.

Della minuziosa organizzazione dell’impresa dei Mille nessuno sa e nessuno deve sapere niente.
Ufficialmente il Regno di Sardegna e quello di Napoli sono in pace. Il re Francesco II per di più è cugino di Vittorio Emanuele II.
Ufficialmente si sa solo – come è stato sbandierato al Congresso di Parigi davanti a tutto il mondo, ricorrendo alle calunnie più spudorate e senza la presenza della controparte – che gli abitanti dell’Italia meridionale “gemono” oppressi dal malgoverno borbonico.La geniale trovata di Cavour consiste nel preparare un’invasione, e cioè una guerra, senza dichiarazione di guerra~ facendo leva sulla potenza della corruzione e sulla connivenza dei massoni meridionali con quelli settentrionali ed europei. Ne sa qualcosa l’ammiraglio Persano che tallona Garibaldi – di cui Cavour si fida poco – per organizzare lo sbarco di armi e di uomini e per ultimare l’opera di corruzione capillare. A documentare con puntigliosa precisione la condotta davvero poco onorevole del regno sardo sono i diari di Persano.

2441 150 anni dellUnità dItalia. Mille e non più mille di Angela PellicciariUnità d’Italia. Non basta festeggiare, bisogna studiare
di D.Bonvegna

Continuano i festeggiamenti per ricordare i 150 anni dell’unità d’Italia, ma pochi sono i momenti di studio, di conoscenza, di quei fatti e pochi gli studiosi di quegli avvenimenti che hanno caratterizzato gli anni del cosiddetto risorgimento: tra cui Francesco Pappalardo, che è autore di un piccolo e agile saggio, L’Unità d’Italia e il Risorgimento, d’Ettoris Editori di Crotone (pag 76, euro 7,90).

Questo piccolo pamphlet è un vero compendio di studio, abbastanza sintetico, magari utilizzabile a scuola, docenti permettendo. Otto capitoli, dalla Nazione Italia, fino alla Questione Romana.

Pappalardo distingue la nazione italiana dallo Stato, che è nato nel 1861. La nazione italiana esisteva già da un millennio, come “unità culturale, pur nella diversità delle sue componenti, e si è formata, all’interno della Cristianità occidentale, nei secoli dell’Alto Medioevo, sulla base di una preziosa eredità romana, a sua volta maturata in un complesso mosaico di lingue e di stirpi. In pratica scrive Pappalardo, l’Italia è stata un ‘campionario’ di Stati, da quello municipale al grande regno, dal principato regionale alla repubblica aristocratica, dalla monarchia elettiva della Stato Pontificio alle repubbliche senza territorio ma con vasti domini marittimi”.

Sono formazioni politiche, durate per secoli, ben settecento anni i Regni di Napoli e di Sicilia. Un pluralismo politico, che ha reso possibile la fioritura di innumerevoli centri di cultura e di prosperità. “Nonostante l’assenza di uno Stato unitario, gli italiani si sono sempre sentiti tali, avendo la percezione di essere parte di un’unica comunità, caratterizzata da una cultura unitaria e profondamente permeata dal cristianesimo, di cui l’Italia è la sede storica. Eredi dell’universalismo romano e cristiano, hanno oscillato sempre fra l’apertura all’universale e l’attenzione al particolare (…)

La forma politica più diffusa nella Penisola è stata quella dei ‘piccoli Stati’, che hanno costituito particolari modelli di vita e di cultura con le loro corti, i loro condottieri, i loro principi e i loro artisti e letterati. Sono stati definiti ‘piccoli’ per le dimensioni ma erano uguali ai ‘grandi’ perché titolari di una sovranità che consentiva loro di battere moneta e di legiferare, di amministrare la giustizia, d’intraprendere guerre e di concludere trattati di pace”.

Il libro di Pappalardo rivaluta i secoli XVI, XVII, quando le Case regnanti, i ceti dirigenti, si mettono al servizio della Santa Sede, della monarchia spagnola e del Sacro Romano Impero, condottieri e soldati italiani servono per secoli la Cristianità fin nelle aree più lontane. Questo periodo è stato letto dagli storici, non solo di ritardo istituzionale rispetto alle altri parti d’Europa, ma anche di decadenza civile e morale, per colpa soprattutto della Corona spagnola, della Controriforma e del Barocco. De Sanctis ha usato la formula di “malgoverno papale spagnolo”. Negli ultimi decenni, grazie ai nuovi studi, in particolare di Giuseppe Galasso, è stata sfatata l’immagine del rapporto semicoloniale fra la Spagna e i domini italiani.

L’eroismo di migliaia di valorosi e sconosciuti combattenti sono parte integrante dell’epopea del popolo italiano, qualche nome: Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola, Ottavio Piccolomini, Raimondo Montecuccoli, Eugenio di Savoia e poi tanti altri meno noti, Gian Battista Colloredo, Michele d’Aste, Gian Vincenzo Sanfelice.

Un retaggio glorioso che viene ripreso poi da centinaia e migliaia di uomini che prendono le armi tra il 1796 e il 1814 contro gli eserciti rivoluzionari e napoleonici, dando vita al fenomeno dell’Insorgenza, con la quale i popoli italiani si schierano ancora una volta in difesa della patria comune. Gli eserciti rivoluzionari sconvolgono il tradizionale assetto della Penisola e ne ridisegnano traumaticamente la geografia politica e amministrativa. E’ il popolo che intuisce che i nuovi arrivati giacobini francesi intendono impadronirsi del potere ma vogliono soprattutto “rifare il mondo”. A questo punto Pappalardo sottolinea l’importanza del fenomeno delle insorgenze antirivoluzionarie, con caratteristiche unitarie e soprattutto di omogeneità culturale. Un vero movimento di popolo senza eguali nella storia italiana, proprio il contrario del Risorgimento.

Poi nel 1815 arriva la Restaurazione, che non fu poi una vera restaurazione, perché molti governi preferiscono non rinunciare ai vantaggi offerti da una struttura di governo accentrata. Pappalardo ricorda i tanti uomini che si sono battuti per una restaurazione integrale, almeno nei principi, per ristabilire l’influenza della dottrina della Chiesa; meritano essere ricordati: Nikolaus Albert von Diessbach, Pio Brunone Lanteri, Cesare d’Azeglio, Gioacchino Ventura, Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, Monaldo Leopardi.

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