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Il Forte Dossaccio tra memoria e restauro

Creato da: - 8 set 2011

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Di Lucio Dellasega – I lavori di conservazione e di ripristino del forte Dossaccio continuano, anche se il tempo di questa strana estate meteorologica non è stato clemente. La fase preliminare, con prove dei materiali, applicazioni tecniche di isolanti e messa in sicurezza del terreno circostante, è finita e il cantiere si può considerare attivo, con l’ausilio di una gru per l’attivazione completa del cantiere. Il progetto è della Provincia, ma la regia è affidata all’Ufficio Tecnico del Comune di Predazzo con la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Architettonici e dell’Ufficio Beni monumentali e architettonici della Provincia, che sono rappresentanti da Sandro Flaim e Michela Cunaccia. Le intenzioni sono infatti quelle di definire un utilizzo che ne rispetti la storia, in tutte le sue molteplici valenze, e nel contempo diventi meta dei visitatori che vogliono cogliere la memoria di un passato da non dimenticare.

 

Il progetto è firmato dall’architetto Paolo Faccio e la ditta Moletta Gino Restauro edifici monumentali di Lavis esegue i lavori di recupero e di mantenimento del manufatto. Sul forte ed il suo recupero è già stato scritto e lasciamo che i lavori proseguano secondo i progetti stabiliti, in un altro numero faremo il punto e la descrizione approfondita di quanto è stato fatto e quanto manca per terminare l’opera di restauro.

A cura di Nicola Fontana è stato pubblicato nel 2003 un saggio storico intitolato “Storia di un forte corazzato di montagna (1886-1915)” Pubblicazione dell’Ente Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino. È una ricostruzione minuziosa della storia del Forte Dossaccio ed un approfondimento sull’intreccio tra opere militari, trasformazioni del territorio ed economia locale alla fine dell’Ottocento. Vorrei soffermarmi su di un aspetto particolare: Il cantiere sul Dossaccio.

Nicola Fontana, nella sua ricerca, dedica un capitolo intero a questo argomento che riguarda da vicino Predazzo e la sua popolazione.

Il personale del cantiere era formato da un ufficiale dello Stato Maggiore del Genio, da un ragioniere edile militare incaricato degli affari contabili e un capomastro edile militare con mansioni tecnico-esecutive e di responsabile della manodopera. Tutti ufficiali e sottoufficiali percepivano, oltre alla paga, un compenso di sussistenza destinato a coprire le spese di mantenimento (vitto, alloggio e legna da ardere per il riscaldamento) e per il servizio straordinario. Quando furono conclusi i lavori di preparazione sulla sommità del colle chiamato Dossaccio, che consistevano nel diradamento delle piante e nello scavo con dinamite nella dura roccia porfirica, la costruzione del forte ebbe inizio secondo la lapide commemorativa nel luglio del 1890.

L’esecuzione dei lavori non fu concessa in appalto ad una unica impresa edile, ma affidata di volta in volta a diversi privati della zona. Sempre secondo il Fontana ritroviamo nei documenti dell’epoca menzionati Francesco Piazzi di Predazzo, il quale il 12 aprile 1894 annunciò alla Direzione del Genio di essere pronto a riprendere i lavori con nuova manovalanza, ma in particolare Giacomo Dellagiacoma al quale si devono tutte le opere in muratura per il biennio 1893/94 ed in parte anche di alcuni scavi con la dinamite.  L’11 giugno 1894 gli fu offerto l’incarico di realizzare il fortino avanzato, secondo però – ed è questo il particolare insolito – tariffe imposte dalle stesse autorità militari. Infatti la direzione del cantiere impose le seguenti tariffe: 2.40 fiorini al mc per 13 mc di fondamenta in calce idraulica; 2.30 fiorini al mc per la costruzione del pianoterra in calce bianca (139 mc); 2.60 fiorini per il pianoterra in calce idraulica (140 mc); 4.20 fiorini per le volte in calce idraulica (30 mc). Per il trasporto di calce, sabbia, cemento ed acqua ad una distanza di 300 metri veniva concesso un supplemento di 40 centesimi per ogni muratura. I cottimisti – sterratori, muratori, scalpellini, falegnami ma pure semplici manovali – provenivano nella maggior parte dalle valli dell’Avisio, ma senza dubbio anche da altre aree della regione. Tutti i lavoratori erano assicurati in caso di infortunio dalla Direzione del Genio che provvedeva a versare mensilmente una quota variabile alla Prepositura della Cassa distrettuale ammalati di Cavalese.

Un grave infortunio si è verificato il 25 giungo 1894 quando nello scaricare una grossa pietra, crollò un’armatura e gli operai che vi stavano sopra ne furono travolti e tre riportarono gravi lesioni.

Il Pian dei Casoni divenne un centro per la raccolta del materiale da costruzione e fabbisogno di sabbia e calce, secondo una stima del 1896 furono ricavati complessivamente tra i 600 e gli 800 metri cubi di sabbia. Il problema del reperimento delle pietre venne affrontato sfruttando i lavori di spianamento della sommità del colle e di scavo del fossato. Fu necessario aprire altre due cave presso la strada militare che conduceva al forte (al km. 2,8) con una parete di roccia di circa tre metri e per un’estensione di cento metri quadrati e un’altra di uguali dimensioni.

Il legname necessario alla costruzione delle impalcature veniva ricavato dalle piante abbattute lungo il tracciato della strada d’armi, all’interno delle cave e grazie all’ampio diradamento effettuato sulla sommità del Dossaccio. Per la lavorazione dei tronchi il Comando ottenne in affitto una delle segherie erariali di Paneveggio, previo versamento di una copertura assicurativa.

Alla costruzione del forte concorse un gran numero di fornitori, tutti provenienti dalle diverse regioni dell’Impero. Le commesse più importanti furono assegnate alla SpA Peerlmoos di Vienna, produttrice di cemento e calce idraulica (il prezzo di un vagone di cemento Portland ammontava allora a 2.90 fiorini), alla ditta Nobel per gli esplosivi e naturalmente all’acciaieria boema Skoda di Pilsen. Costo complessivo della cupola osservatorio del forte (peso complessivo di 11 tonnellate) è stato di 4.841 fiorini.

Fondamentale fu il contributo dei privati nei trasporti del materiale edile. Questo giungeva ad Ora per ferrovia e da qui veniva condotto con carriaggi sino al forte. Per tutto il periodo di attività del cantiere ne fu incaricato, almeno per il tratto compreso tra la stazione di Ora e l’abitato di Predazzo.

Anton Tschurtschenthaler di Vill, mentre la parte rimanente del viaggio venne concessa ad una altro contraente, Giovanni Bella di Predazzo. Il trasporto delle corazze venne assegnato a Antonio Ceol, oste di Ora abitante a Paneveggio, sulla base di un’offerta di 2.15 al quintale. Altri privati parteciparono al trasporto di materiali in acciaio al forte, come un certo Morandini di Predazzo e Giovanni Battista Chiocchetti di Moena che ottenne l’incarico della fornitura del cemento. Si trattava comunque di un compito assai delicato anche perché spesso il carico consisteva di materiale alquanto pericoloso, come ad esempio la dinamite e le munizioni.


Il periodo utile per la prosecuzione dei lavori era piuttosto breve, (come anche nell’attuale recupero) limitandosi a soli sei mesi l’anno, dai primi di maggio sino alla fine di ottobre. Di conseguenza la costruzione progrediva lentamente, anche per le modeste rate annuali concesse dal Ministero della Guerra. Da un rapporto del 16 maggio 1983 ricaviamo che allora il forte era ancora privo di tutte le corazze come pure della copertura e del rivestimento sopra la batteria dei cannoni. Il blocco delle casematte era incompleto e non era ancora stata avviata la costruzione del fortino avanzato. Le cupole d’acciaio per i mortai, dal peso di 5200 Kg e calotte corazzate delle batterie in casamatta 2200 Kg giunsero al forte un mese più tardi e per consentire il trasporto di materiali così pesanti i ponti della strada d’accesso furono rafforzati con travi di legno. Grosse difficoltà furono incontrate nel reperimento dei manovali necessari per l’esecuzione del rivestimento della copertura. Il Comandante del forte chiese il 20 agosto 1894 al Dellagiacoma un totale di 30 muratori da assoldare anche nei dintorni di Predazzo alle uniche condizioni che avessero pratica con la prestazione richiesta, che fossero disponibili subito e soprattutto che fossero cittadini austriaci per motivi di sicurezza militare.

Il forte fu infine ultimato, come testimonia la lapide sopra menzionata, il 31 ottobre 1895, ma soltanto nelle sue strutture principali come le opere in muratura, le rifiniture interne, gli arredamenti, le porte e i serramenti in ferro. Mancavano ancora le due cupole osservatorio, la postazione corazzata per riflettori del fortino avanzato e soprattutto l’impianto elettrogeno per l’illuminazione degli ambienti interni e del terreno attorno ad esso. Nel corso del 1896, con mezzi finanziari limitatissimi, furono approntate le cupole osservatorio e di quelle a scomparsa per i riflettori.

Il montaggio del generatore merita un capitolo a parte così come i costi e le spese sostenute per la costruzione e l’armamento del forte Dossaccio.

Con il passare degli anni tutto il complesso fortificato si rivela superato dai tempi e verrà svuotato nel 1915 di tutta la sua potenza di fuoco ed una commissione predisposta dall’alto comando austriaco giunse a questa profetica conclusione:

“Nach Auflassung des Forts wird also eine schoene Ruine, ein maechtiger Anziehungspunkt für die Sommerfischler in Paneveggio”. “Dopo la radiazione del forte quindi diverrà una bella rovina, un potente punto di attrazione per i villeggianti estivi di Paneveggio”.  (continua)

Lucio Dellasega Assessore alla Cultura

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