“Transparency act e usaspending.gov” impariamo dagli USA la trasparenza nella pubblica amministrazione.

Da il 25 febbraio 2010

%name “Transparency act e usaspending.gov” impariamo dagli USA la trasparenza nella pubblica amministrazione. Abbiamo capito che intorno agli appalti pubblici c’è un gran caos. Lavorano sempre i soliti, con tutti i governi, sotto ogni latitudine. Ci sono società e manager che fatturano milioni e milioni. Hanno rapporti con i piani altissimi della politica.  Avviene per le grandi opere, per i grandi eventi, avviene nelle piccole realtà locali.Negli Stati Uniti,  è diverso. Se uno va sul sito www.usaspending.gov troverà una vera e propria anagrafe telematica degli appalti pubblici federali, istituita grazie ad una legge che si chiama “Transparency act”. L’obiettivo è quello di fornire al pubblico informazioni su come vengono utilizzati i dollari delle tasse.I visitatori, nell’ordine di milioni, conoscono classifiche, settori di competenza, collegio elettorale di riferimento (non male, eh?), quali sono le principali società di riferimento che hanno vinto gli appalti, stato dei lavori, persone impiegate e così via.Impossibile in Italia? Certo, se si vuole tenere tutto nascosto. E badate, non è un problema di colore politico. Non sarebbe male se il governo in carica studiasse una legge così.“Da noi, dove il finanziamento dei partiti è prevalentemente pubblico e i fondi diretti dalle imprese sono ammessi purché iscritti a bilancio della società erogante, il tema dei rapporti tra finanziamento della politica, interessi e rapporti economici con le amministrazioni è, come dire, sospeso. Forse anche un po’ fuori moda”. “Fatto sta che non ho trovato niente di simile rispetto all’esperienza americana nei siti della nostra pubblica amministrazione”, aveva scritto Macchiati sul sito Crusoe.it, ben prima delle inchieste giudiziarie sui grandi eventi della Protezione civile.E pensare che, secondo alcuni addetti ai lavori, replicare un’anagrafe pubblica degli appalti non sarebbe nemmeno una missione impossibile. Spiega al Foglio Alessandro Botto, uno dei commissari dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture presieduta da Luigi Giampaolino: “Nel nostro database abbiamo tutti i dati sui contratti stipulati dal settore pubblico: appalti di lavori, servizi e forniture. Non solo: grazie al casellario informatico, abbiamo molte informazioni sui soggetti imprenditoriali che si propongono come affidatari di lavori pubblici, a partire dalle segnalazioni su inadempienze e danni del passato”. Ma allora da dove nasce il deficit di trasparenza?“Primo, c’è un’eccessiva frammentazione delle stazioni appaltanti”, nota Botto. “Secondo, come Autorità abbiamo denunciato il fatto che da anni cresce il numero di delibere della presidenza del Consiglio dei ministri riguardanti la Protezione civile che consentono a quest’ultima, una volta dichiarato lo stato di calamità o la necessità di operare per ‘grandi opere’, di agire in deroga al codice dei contratti pubblici, anche di quegli articoli che consentirebbero la vigilanza sulle gare svolte”. Senza contare, infine, che la stessa Autorità non può rendere pubblici i nomi delle società coinvolte, per esigenze di privacy evidenziate dal Garante. E anche questo non aiuta il necessario “controllo diffuso” da parte dell’opinione pubblica. Qualcosa comunque si muove, a partire dalla commissione indipendente istituita con la legge di riforma della pubblica amministrazione, voluta dal ministro Renato Brunetta, che giovedì presenterà il suo primo piano d’azione.IL FOGLIO QUOTIDIANO

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