Darwin non aveva ragione. Lo dicono anche gli atei.

Da il 2 maggio 2010

darwin Darwin non aveva ragione. Lo dicono anche gli atei.  Esiste  una  particolare  specie  di  vespa  (Ampulex  compressa)  che  usa  un  cocktail  di  veleni  per manipolare  il  comportamento  della  sua  preda,  uno  scarafaggio.  La  vespa  femmina  paralizza  lo scarafaggio senza ucciderlo, poi lo trasporta nel  suo nido e deposita le sue uova nel ventre della preda,  in  modo  che  i  neonati  possano  nutrirsi  del  corpo  vivente  dello  scarafaggio.  Mediante  due punture  consecutive,  separate  da  un  intervallo  temporale  molto  preciso  e  in  due  parti  diverse  del sistema  nervoso  dello  scarafaggio,  la  vespa  riesce  letteralmente  a  «guidare»  nel  suo  nido  già predisposto la preda trasformata in uno «zombie». La prima puntura nel torace provoca una paralisi momentanea delle zampe anteriori, che dura qualche minuto, bloccando alcuni comportamenti ma non altri. La seconda puntura, parecchi minuti più tardi, è direttamente sul capo. La vespa dunque

  • non deve trascinare fisicamente lo scarafaggio nel suo rifugio, perché può manipolare le antenne della preda, o letteralmente cavalcarla, dirigendola come se fosse un cane al guinzaglio o un cavallo alla  briglia.  Il  risultato  è  che  la  vespa  può  afferrare  una  delle  antenne  dello  scarafaggio  e  farlo andare fino al luogo adatto all’ovodeposizione. Lo scarafaggio segue la vespa docilmente come un cane  al  guinzaglio.  Pochi  giorni  più  tardi,  lo  scarafaggio,  immobilizzato,  funge  da  fonte  di  cibo fresco per la prole della vespa. Questa  macabra  ma  illuminante  storia  entomologica  è  presentata  dai  cognitivisti  Jerry  Fodor  eMassimo Piattelli Palmarini nel libro, appena stampato da Feltrinelli, Gli errori di Darwin, come uno  degli  argomenti  più  efficaci  per  confutare  l’evoluzionismo  darwiniano  secondo  cui  gli organismi viventi traggono la loro origine da una «casuale» selezione naturale. Nel simile comportamento delle vespe, infatti, molte cose avrebbero potuto andare in altro modo.«La natura biochimica del cocktail di veleni – osservano  gli autori – avrebbe potuto essere molto diversa, risultando o del tutto inefficace o, per eccesso, letale per la preda. La scelta del momento e dei punti in cui pungere avrebbe potuto essere sbagliata in molti modi, per esempio consentendo allo  scarafaggio  di  riprendersi  e  di  uccidere  la  vespa,  di  lui molto  più  piccola.  La  vespa  avrebbe potuto non “capire” che la preda può essere guidata al guinzaglio, dopo le due magistrali punture, e avrebbe potuto tentare di trascinare faticosamente il corpo piuttosto voluminoso nel suo nido. E viadi  questo  passo.  I  modi  in  cui  questa  sequenza  comportamentale  avrebbe  potuto  uscire  di  strada sono in effetti innumerevoli. Neanche il più convinto fra gli adattamentisti neo-darwinisti suppone che  gli  antenati  della  vespa  abbiano  tentato  alla  cieca  tutti  i  tipi  di  alternative  e  che  siano  state progressivamente selezionate soluzioni sempre più valide, fino a che non è stata trovata la soluzione ottimale,  che  è  stata  conservata  e  codificata  nei  geni»  (p.  108).  Per  quanto  lungo  possa  essere  il tempo in cui le vespe sono in circolazione, non è possibile immaginare l’emergere «a casaccio» di un comportamento così complesso, sequenziale, rigidamente pre-programmato. «E allora? Nessuno lo sa, al momento. Simili casi di programmi comportamentali innati complessi (raffinate ragnatele, procacciamento  del  cibo  nelle  api  come  abbiamo  visto  prima,  e  molti  altri)  non  possono  essere spiegati  direttamente  mediante  fattori  ottimizzanti  fisico-chimici  o  geometrici.  Ma  non  possono essere spiegati nemmeno dall’adattamento gradualistico. È corretto ammettere che, anche se siamo disposti a scommettere che un giorno si troverà una spiegazione naturalistica, per il momento non ne  abbiamo  nessuna.  E  se  insistiamo  che  la  selezione  naturale  è  l’unica  via  da  esplorare,  non  ne avremo mai una» (p. 109). Per  i  darwinisti  tutto  ciò  che  esiste  è  «imperfetto»,  perché  in  continua  evoluzione.  La  selezione naturale  non  «ottimizza»  mai,  ma  si  limita  a  trovare  soluzioni  localmente  soddisfacenti.  Fodor  e Piattelli Palmarini, invece, dimostrano l’esistenza di casi di soluzioni ottimali che smentiscono la tesi darwiniana. «Quando morfologie specifiche simili si osservano nelle nebulose a spirale, nella disposizione geometrica di goccioline magnetizzate sulla superficie di un liquido, nelle conchiglie marine, nell’alternarsi delle foglie sui fusti delle piante e nella disposizione dei semi in un girasole -scrivono i nostri due autori – è molto improbabile che ne sia responsabile la selezione naturale» (pp.88-89).Fodor e Piattelli Palmarini non vogliono avere niente a che fare con il «disegno intelligente», ma il loro  libro  va  letto  accanto  a  quello  di  Michael  J.  Behe,  La  scatola  nera  di  Darwin.  La  sfida biochimica all’evoluzione (Alfa & Omega, 2007). Professore di biologia alla Lehigh University in Pennsylvania,  Behe  ha  dimostrato  come  l’evoluzionismo  non  è  in  grado  di  spiegare  strutture  e processi  «irriducibilmente  complessi»  come  quelli  esemplificati  dalla  biochimica  degli  organismi viventi.  La  complessità  biochimica  di  un  microbo  non  è  inferiore  a  quella  di  una  pianta  o  di  un animale. L’evoluzionismo  suppone  che  le  specie  viventi  siano  state  precedute  da  strutture  imperfette  e incompiute,  progressivamente  trasformatesi  nelle  attuali.  Tanto  i  reperti  paleontologi  quanto  le specie  viventi  provano  invece  l’esistenza  di  specie  tra  loro  distinte  con  strutture  in  sé  compiute. Nella  scala  dei  viventi  e  nella  gerarchia  delle  specie  esistono  evidentemente  gradi  di  perfezione diversi. Ogni specie tuttavia può definirsi perfetta nella sua struttura e nessun organismo in natura mostra  di  essere  in  evoluzione  verso  una  complessità  maggiore.  Tutti  gli  animali  a  noi  noti,  a cominciare dall’uomo, sono «produzioni high tech», ha osservato il biologo Pierre Rabischong (inEvoluzionismo: il tramonto di una ipotesi, Cantagalli, 2009, pp. 177-194, a mia cura). Dove si deve cercare la soluzione? Esistono «regole»,  «norme»,  «vincoli alla stabilità» che PeterTimothy  Saunders  ha  chiamato  «leggi  della  forma»  (An  Introduction  to  Catastrophe  Theory,Cambridge, 1980), riecheggiando quanto già Sir D’Arcy Wentworth Thompson sosteneva nel 1917 nel suo Growth and Form. Fodor e Palmarini ricordano anche la successione del matematico pisano Fibonacci, secondo  cui ogni termine  è uguale  alla somma dei due precedenti. È la nota  «sezione aurea»  o  «proporzione  divina»,  che  si  riscontra  nelle  leggi  armoniche  della  fisica,  della  chimica, della   biologia,   della   mineralogia   e   che   disturba   non   poco   i   teorici   dell’evoluzionismo. Tutto ciò che è vivente ha una sua struttura biologica e si presenta come espressione di una «forma»che va oltre le sue componenti materiali. La forma è la perfezione prima di quanto esiste, ciò che determina la differenza di un essere dall’altro, determinandone la sua originalità. La forma rinvia alla specie, che prima di essere l’unità di base della classificazione tassonomica degli esseri viventi, è una categoria logica che ha un fondamento nelle cose. Nella filosofia tradizionale la specie di ogni cosa  deriva  da  quella  forma  che  la  rende  una  cosa  concreta,  con  un

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