13 maggio 1981: Il mistero dell’attentato al Papa

Da il 13 maggio 2011

L’attentato su commissione di una ideologia

papa attentato1 13 maggio 1981: Il mistero dellattentato al Papa
L’attentato a Giovanni Paolo II

Non lo dice esplicitamente, ma lo fa capire. L’attentato del 13 maggio 1981, compiuto da Alì Agca, fu «commissionato» e fu opera di «una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo». Lo scrive Giovanni Paolo II nel suo ultimo libro, Memoria e identità, in cui s’intuisce che il sospetto del Papa è quello più diffuso: la mano che armò l’attentatore era una potenza, ostile ad un pontefice che voleva smantellare l’impero sovietico. «La sopraffazione – spiega – fu praticata dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo». E raccontando il suo colloquio del 1983 con Agca in carcere, scrive: «Alì Agca, come tutti dicono, è un assassino professionista. Questo vuol dire che l’attentato non fu un’iniziativa sua, che fu qualcun altro a idearlo, che qualcun altro l’aveva a lui commissionato».

Ma chi fu ad armare Alì Agca? Sembra ormai evidente che la mano era quella della Russia di Breznev, anche se su questo argomento la verità è difficile da far venire a galla in quanto ci troviamo in mezzo ad un episodio in cui operarono i servizi segreti. Il movente di chi armò Agca è comunque evidente: il movimento di Solidarność in Polonia stava destabilizzando il centro Europa. In Italia i giudici Priore e Imposimato hanno tentato di raggiungere una maggiore chiarezza su questo giallo, ma ambedue sono stati minacciati e ad Imposimato venne assassinato suo fratello. In tutti questi anni gli Statu Uniti hanno sempre taciuto su questa vicenda perché rivelare un fatto di questo genere significava destabilizzare l’intero ordine mondiale. Sopra questa vicenda di carattere storico si dipana anche una storia di carattere soprannaturale: una mano ha deviato la pallottola che avrebbe dovuto colpire il Papa. Giovanni Paolo II riconobbe in quella mano la figura di Maria, esattamente come profetizzò a Suor Lucia di Fatima. Per questa ragione la pallottola venne poi inviata a Fatima affinché venisse poi incastonata sulla corona della statua della Madonna di Fatima.

Il Cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione della Fede, nel corso della presentazione avvenuta il 22/2/2005 a Roma del libro Memoria e identità di Giovanni Paolo II ha dichiarato che Alì Acga gli ha scritto più volte cercando di indagare sul terzo segreto di Fatima. Ratzinger ha spiegato che Alì Acga “aveva sentito parlare di Fatima e del terzo segreto ed era convinto che nel segreto potesse esserci la risposta ad una questione tecnica per lui incomprensibile”. La questione tecnica che il terrorista turco si poneva era come mai egli avesse potuto fallire nell’uccidere il Papa. “Alì Acga – ha osservato il cardinale – si è occupato soltanto del problema tecnico: «Come mai non ha funzionato una cosa in cui io ero maestro?». Non è salito a livello morale, non si è posto il problema del bene e del male”. Anche il portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls ha sottolineato come “l’unico interesse di Alì Agca, come risulta dal racconto che fa il Santo Padre del loro colloquio in carcere, era capire perché non è riuscito ad assassinare il Papa. Quest’uomo era entrato in una logica che ci aiuta a capire anche l’ultima lettera che dice di aver scritto al Vaticano, e che invece noi abbiamo letto su un giornale: aveva sentito parlare di Fatima, del segreto, di una predizione della fine del mondo e da questo ha costruito una sua visione delle cose, il cui ultimo motivo è l’Anticristo. Per questo è interessante leggere dal racconto diretto del Papa quale era il contesto del loro colloquio in carcere, quando già erano passati alcuni anni dall’attentato in piazza san Pietro”.

Eccone un estratto:

Giovanni Paolo II: «Agca sapeva come sparare, e sparò certamente per colpire. Soltanto, fu come se qualcuno avesse guidato e deviato quel proiettile».

Stanislaw Dziwisz: «Agca sparò per uccidere. Quel colpo avrebbe dovuto essere mortale. La pallottola trapassò il corpo del Santo Padre, ferendolo nel ventre, al gomito destro e all’indice sinistro. Poi il proiettile cadde tra il Papa e me. Udii due spari ancora, furono ferite due persone che stavano vicino a noi. Domandai al Santo Padre: Dove? Rispose: ‘Al ventre’. Fa male? ‘Fa male’. Vicino non c’era alcun medico. Non c’era tempo per pensare. Trasferimmo immediatamente il Santo Padre nell’ambulanza e a grandissima velocità ci recammo al Policlinico Gemelli. Il Santo Padre pregava sottovece. Poi, già durante il percorso, perse conoscenza. Della vita o della morte decisero vari elementi. Prendiamo la questione del tempo, il tempo per raggiungere l’ospedale: alcuni minuti in più, un piccolo ostacolo per strada e sarebbe stato troppo tardi. In tutto questo è visibile la mano di Dio. Ogni cosa lo indica».

Giovanni Paolo II: «Sì, ricordo quel viaggio verso l’ospedale. Per un po’ di tempo rimasi cosciente. Avevo la sensazione che ce l’avrei fatta. Stavo soffrendo, e questo era un motivo per temere, nutrivo però una strana fiducia. Dissi a don Slanislaw che perdonavo l’attentatore. Quello che accadde all’ospedale, ormai non lo ricordo».

Stanislaw Dziwisz: «Quasi immediatamente dopo l’arrivo al Policlinico, il Santo Padre fu portato in sala operatoria. La situazione era molto seria. L’organismo aveva perso molto sangue. La pressione sanguigna calava in modo drammatico, il battito cardiaco si sentiva appena. I medici mi suggerirono di amministrare l’Unzione degli Infermi. Lo feci prontamente».

Giovanni Paolo II: «Praticamente ero ormai dall’altra parte».

Stanislaw Dziwisz: «Poi fu fatta una trasfusione di sangue».

Giovanni Paolo II: «Le ulteriori complicazioni e il prolungamento di tutto il processo di cura furono, del resto, conseguenza di quella trasfusione».

Stanislaw Dziwisz: «L’organismo rigettò il primo sangue. Si trovarono tuttavia dei medici dello stesso ospedale, che diedero il loro sangue al Santo Padre. Questa seconda trasfusione andò bene. I medici fecero l’intervento senza credere nella sopravvivenza del Paziente. Non si occuparono per niente, com’era comprensibile, del dito trapassato dal proiettile. ‘Se sopravviverà, qualcosa si farà successivamente’. La ferita al dito, in realtà, si rimarginò poi da sola, senza alcuna cura particolare. Dopo l’intervento, il Santo Padre fu trasferito in sala di rianimazione. I medici temevano l’infezione che, in quella situazione, avrebbe potuto avere un esito letale. Alcuni organi interni del Santo Padre erano compromessi. L’operazione era stata molto impegnativa. Di fatto, tutto si rimarginò in modo perfetto, senza alcuna complicazione, mentre si sa che dopo interventi così complessi esse non sono infrequenti».

Giovanni Paolo II: «A Roma il Papa morente, in Polonia il lutto… Nella mia Cracovia gli universitari organizzarono una manifestazione: la “marcia bianca”. Quando andai in Polonia, dissi: ‘Sono venuto per ringraziarvi per la ‘marcia bianca’. Sono stato anche a Fatima, per ringraziare la Madonna. O mio Dio! Fu una dura esperienza. Mi svegliai soltanto all’indomani, verso mezzogiorno. E dissi a don Stanislaw: ‘Ieri non ho recitato la compieta’».

Stanislaw Dziwisz: «Per essere precisi, Ella, Santo Padre, mi chiese: ‘Ho recitato la compieta?’. Pensava infatti che fossimo ancora nel giorno precedente».

Giovanni Paolo II: «Non mi rendevo affatto conto di quello che sapeva don Stanislaw. A me non venne detto quanto la situazione fosse grave. Inoltre per un bel po’ di tempo restai semplicemente privo di conoscenza. Al risveglio il mio morale non era tanto giù. Almeno all’inizio».

Stanislaw Dziwisz: «I tre giorni successivi furono terribili. Il Santo Padre soffriva moltissimo. Infatti aveva drenaggi e tagli dappertutto. Ciononostante la convalescenza procedette molto velocemente. All’inizio di giugno, il Santo Padre tornò a casa».

Giovanni Paolo II: «Come si vede, ho un organismo piuttosto forte».

Stanislaw Dziwisz: «Soltanto più tardi l’organismo fu attaccato da un pericoloso virus, e ciò fu in conseguenza della prima trasfusione oppure dell’indebolimento generale. Al Santo Padre era stata somministrata un’enorme quantità di antibiotici per proteggerlo contro l’infezione. Questo ridusse sensibilmente le difese immunitarie. Fu così che si sviluppò un’altra malattia. Il Santo Padre fu di nuovo trasferito all’ospedale. Grazie alle cure mediche intensive, lo stato della sua salute migliorò a tal punto che i medici decisero che si poteva procedere ad un ulteriore intervento a completamento delle operazioni chirurgiche fatte nel giorno dell’attentato. Anche quella seconda fase di cure fu superata. Il 13 agosto, tre mesi dopo l’attentato, i medici emisero un comunicato in cui si informava della conclusione delle cure ospedaliere. Il Paziente poté tornare definitivamente a casa. Cinque mesi dopo l’attentato il Santo Padre tornò in piazza San Pietro per incontrare nuovamente i fedeli. Non manifestò alcuna ombra di paura, né alcuno stress, anche se i medici avevano avvertito che ciò avrebbe potuto verificarsi».

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Quel colloquio segreto:
«Santo Padre, mi dica… Come ha fatto a salvarsi?»

Un anno fa l’ex Pontefice rivelò il dialogo avuto col killer nella sua visita a Rebibbia nel 1983

di ANDREA TORNIELLI
(da “Il Giornale” del 09/01/2006)

gpii agca 13 maggio 1981: Il mistero dellattentato al Papa 27 DICEMBRE 1983
L’incontro di Giovanni Paolo II con il suo attentatore Alì Agca nel carcere di Rebibbia. «Quello che ci siamo detti – spiegò il Pontefice successivamente – è un segreto tra me e lui. Gli ho parlato come si parla ad un fratello che ho perdonato e gode della mia fiducia».

Le immagini del Papa con il capo che quasi sfiorava quello del suo attentatore avevano fatto il giro del mondo: il 27 dicembre 1983, due anni e mezzo dopo gli spari di Piazza San Pietro, Giovanni Paolo II, che aveva immediatamente perdonato il suo attentatore, si era recato nel carcere romano di Rebibbia a fargli visita. Quel colloquio era stato filmato e fotografato, ma per molti anni nessuno aveva potuto intuire che cosa i due si fossero detti. Il Papa l’aveva rivelato nell’ultimo libro, «Memoria e identità», pubblicato nel febbraio 2005, poche settimane prima della sua morte. Giovanni Paolo II raccontava che durante quei dieci minuti di colloquio-confessione, Agca continuava a non capacitarsi di come il Papa fosse riuscito a scampare all’attentato, a quei micidiali colpi della pistola Browning calibro 22 che lui maneggiava da killer professionista. «Durante tutta la nostra conversazione – aveva scritto il Pontefice – Agca si chiedeva com’era potuto succedere che l’attentato non fosse riuscito…».

Con quella che doveva essere la sua vittima designata, l’attentatore turco non aveva parlato dei mandanti né si era lanciato in una delle sue deliranti (o lucide?) tirate «mistiche». Aveva invece domandato al vescovo vestito di bianco che gli era seduto di fronte come avesse fatto a sopravvivere.

Alì Agca – un uomo dal quoziente di intelligenza altissimo, capace di depistare, di fare rivelazioni autentiche e di rimangiarsele un mese dopo; un uomo cosciente di essere soltanto l’ultimo terminale di un grande ingranaggio, un killer freddo e calcolatore, pronto a riorganizzare la sua versione ogni qual volta, a fatica, gli investigatori e i magistrati raggiungevano un nuovo brandello di verità – ora ha concluso la sua vita di prigioniero.

L’attentatore turco, autoproclamatosi ora Gesù Cristo ora l’Anticristo, abilissimo a inserire se stesso nei meandri del Terzo segreto di Fatima, la visione che la Vergine aveva fatto balenare davanti agli occhi dei tre pastorelli portoghesi e nella quale si vedeva il martirio di un Papa, non ha mai voluto rivelare chi ha armato la sua mano né quali sono stati i suoi complici. Nell’ultimo libro di Wojtyla era contenuto anche un inedito capitolo dedicato proprio all’attentato del 13 maggio 1981, nel quale intervenivano sia il Pontefice polacco sia il suo segretario particolare, monsignor Stanislao Dziwisz.

«Nel Natale 1983 – raccontava Giovanni Paolo II – ho fatto visita al mio attentatore in carcere. Durante tutta la nostra conversazione Alì Agca si chiedeva come era successo che l’attentato non fosse riuscito. Aveva curato nei minimi dettagli il suo piano e malgrado tutto ciò la vittima era scampata alla morte. Una cosa interessante – aggiungeva Wojtyla – è questa sua inquietudine che lo ha spinto a farsi delle domande profonde, a chiedersi che cos’è realmente questo mistero di Fatima».

Qualche particolare di quel colloquio, rimasto a lungo segreto, era stato raccontato dal Papa all’allora direttore del Giornale Indro Montanelli, da lui invitato a cena in Vaticano. Montanelli aveva scritto un lungo articolo, ma il Vaticano gli aveva chiesto di non pubblicarlo. Rimasto negli archivi del quotidiano, venne stampato in un libro che celebrava il ventennale del Giornale, nel 1994. «Parlai con quell’uomo – raccontò il Papa a Montanelli – dieci minuti, non più… di una cosa mi resi conto con chiarezza: che Agca era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c’era stato qualcuno o qualcosa che gli aveva mandato all’aria il colpo».

Il Papa raccontava anche come ha vissuto gli attimi successivi all’attentato: «In presenza della morte ero cosciente, sapevo quel che mi stava accadendo, ho compreso in un attimo che qualcuno mi ha sparato per uccidermi… Mi rivedo in viaggio verso l’ospedale – continuava Wojtyla – sono rimasto cosciente per un tratto e avevo il presentimento che mi sarei salvato, che sarei sopravvissuto. Ho sofferto, si poteva veramente essere spaventati. Ma io avevo una strana fiducia». «In quell’istante – aveva affermato monsignor Dziwisz – entrò all’opera una potenza invisibile che consentì di salvare la vita del Santo Padre in pericolo di morte».

Ma l’ultimo libro di Giovanni Paolo II, per la prima volta, seppure sommessamente, faceva chiarezza sull’idea che il Papa si era fatto circa i mandanti dell’attentato: «Penso che esso sia stata una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo». Un modo con cui il Pontefice polacco accreditava la pista dell’Est.

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L’eccezionale testimonianza di Mons. Stanislao Dziwisz sull’attentato a Giovanni Paolo II

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Ecco la testimonianza di Mons. Stanislao Dziwisz, segretario fedelissimo di Papa Giovanni Paolo II. L’eccezionale testimonianza, pubblicata il 15/5/2001 su tre pagine del quotidiano “Avvenire”, è in realtà il discorso ufficiale pronunciato da Dziwisz il 13/5/2001 in occasione del conferimento della laurea honoris causa in teologia presso l’università di Lublino in Polonia. Non accade mai che il segretario di un pontefice racconti al pubblico retroscena delle vicende vaticane. Se monsignor Dziwisz ha infranto questa regola, è perché papa Wojtyla è convinto che l’evento del 13 maggio ha avuto qualcosa di miracoloso e ha prodotto effetti straordinari nella storia degli anni seguenti. Dalla testimonianza del segretario di Wojtyla emerge il ritratto di un pontefice tenace, che non si arrende e segue il più possibile gli affari della Chiesa e si apprende che Wojtyla tra il 13 maggio e il 14 agosto rischiò la vita almeno quattro volte. Dziwisz però non getta nessuna nuova luce sull’attentato: “Rimane un mistero”, si limita a dire. Ma confida i sentimenti profondi del pontefice dopo l’evento: “È stata una grande grazia di Dio. Vedo in questo un’analogia con la prigionia del primate (gli anni di detenzione di Wyszynski nella Polonia comunista). Solo che quell’esperienza durò tre anni, e questa…”. Fu un martirio fecondo, don Stanislao ne è convinto. I frutti: lo slancio di unione della Chiesa intorno al Papa, il forte impulso di Giovanni Paolo II alla tutela della famiglia e della vita concepita, la “primavera della Chiesa nell’anno 2000″. Manca, per discrezione, il crollo del comunismo.

ico appunto 13 maggio 1981: Il mistero dellattentato al Papa LA TESTIMONIANZA DI MONS. DZIWIZ

I giorni prima dell’attentato

Voglio trarre dalla storia non troppo lontana, ma importante, alcuni fatti riguardanti la data del 13 maggio 1981. Essi sono impressi profondamente nel mio cuore, ed è soltanto oggi che ho il coraggio di parlarne in pubblico. So che non è possibile raccontarli compiutamente né comprenderli, ritengo tuttavia che valga la pena ritornare ad essi con il ricordo. Spero che riportare i particolari di quegli eventi generalmente sconosciuti non serva tanto a soddisfare la curiosità ma soprattutto sia di aiuto nel vedere come la vita del Santo Padre è stata salvata veramente per una mirabile grazia di Dio per la quale dobbiamo incessantemente rendere grazie. L’anno 1981 costituì per la Polonia un anno di tensioni sociali e politiche, ma fu anche l’annuncio di tempi nuovi. Le parole del Santo Padre, pronunciate a Gniezno durante il pellegrinaggio nel 1979, sul rispetto della dignità e i diritti dell’uomo, dei diritti delle nazioni e delle società alla libertà, alla sovranità e all’autodeterminazione, rimasero profondamente incise nella consapevolezza della gente. Ancora risuonavano gli echi dell’omelia papale pronunciate durante la Santa Messa che inaugurò il pontificato: «non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!». Non di meno anche in Italia il mese di maggio 1981 si annunciava turbolento: doveva svolgersi ilreferendum sulla legge sull’aborto. Per il 13 maggio era annunciata a questo proposito una grande manifestazione convocata a Roma dal partito comunista. Lo stesso giorno il Santo Padre doveva fondare l’istituto degli studi sul matrimonio e la famiglia presso la pontificia università lateranense, e creare presso la sede apostolica il Pontificio Consiglio per la Famiglia. La sera dell’11 maggio, per volere del Papa, visitai in Polonia nella sua residenza il cardinale Wishinsky, il primate del millennio era ormai costretto a letto da una grave malattia. Il cardinale mi aveva trattenuto per un lungo colloquio, durante il quale volle trasmettere al Santo Padre le sue ultime volontà. Gli scrisse anche una lettera: era consapevole di poter morire. Mi sembrò molto debole, e completamente abbandonato alla volontà di Dio. Gioiva per la celebrazione annunciata per il successivo 8 giugno dell’affidamento della Chiesa e del mondo a Maria Santissima da parte del Santo Padre insieme ai vescovi. Il primate aveva un grandissimo desiderio di partecipare a tale atto per il quale si era adoperato con tutto il cuore. Tuttavia, in considerazione del suo stato di salute, si limitò a nominare una delegazione che venisse a Roma. Tornai dalla Polonia il giorno successivo alla visita che avevo fatto al cardinale. Il 13 maggio il Santo Padre ospitò a pranzo il professor Jerome Lejeune di Parigi, studioso di genetica di fama mondiale e grande difensore della vita.

L’attentato in Piazza San Pietro e la corsa al Gemelli

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Giovanni Paolo II pochi istanti dopo il momento dell’attentato

Nel pomeriggio alle ore 17 in piazza San Pietro doveva tenersi la consueta udienza generale del mercoledì. Ore 17.17: durante il secondo giro della piazza si udidono i colpi puntati contro Giovanni Paolo II. Alì Mehemet Agca, un killer professionista, sparò con una pistola ferendo il Santo Padre al ventre, al gomito destro e all’indice. Un proiettile trapassò il corpo e cadde tra il Papa e me. Udii due colpi. Le pallottole ferirono altre due persone. Io fui risparmiato, benché la loro forza fosse tale da poter trapassare otto persone. Domandai al Santo Padre: «dove?». Rispose: «Al ventre». «Fa male?». Rispose: «fa male». E in quell’istante cominciò ad accasciarsi. Stando in piedi dietro a lui potevo sostenerlo. Stava perdendo le forse. Fu un momento drammatico. Oggi posso dire che in quell’istante entrò all’opera una potenza invisibile che consentì di salvare la vita del Santo Padre in pericolo mortale. Non c’era tempo per pensare, non c’era un medico a portata di mano. Una sola decisione errata poteva avere effetti catastrofici. Non abbiamo neppure tentato di dare il primo aiuto, né pensammo di portare il ferito nell’appartamento. Ogni minuto era prezioso. Immediatamente dunque lo trasferimmo nell’ambulanza. Si trovò anche il medico personale, dott. Renato Buzzonetti, e a grandissima velocità ci recammo al Policlinico Gemelli. Durante il tragitto il Santo Padre era ancora cosciente, perse conoscenza entrando nel Policlinico. Finché gli fu possibile pregò sottovoce. Al Policlinico trovammo costernazione. Non c’era di che meravigliarsi. Il ferito fu prima trasportato in una camera al decimo piano riservata ai casi speciali e da lì direttamente fu poi portato in sala operatoria. Da quel momento pesò sui medici una grande responsabilità. Un ruolo particolare l’ebbe il prof. Francesco Crucitti: mi confidò in seguito che quel giorno non era di turno, si trovava a casa ma una forza misteriosa lo aveva spinto a recarsi al Policlinico. Durante il tragitto udii alla radio la notizia dell’attentato. Immediatamente si offrì di eseguire l’intervento, tanto più che il primario della clinica chirurgica, il prof. Castiglioni, era a Milano e arrivò al Gemelli verso la conclusione dell’intervento. Il prof. Crucitti era assistito da altri medici. La sala operatoria era affollata: la situazione era molto seria. L’organismo era dissanguato, il sangue destinato alla trasfusione non risultava adatto. Tuttavia nel Policlinico si trovarono dei medici con lo stesso gruppo sanguigno che senza esitare diedero il sangue al Santo Padre per salvare la sua vita. La situazione era molto grave. Ad un certo punto il dott. Buzzonetti si rivolse a me chiedendomi di amministrare l’estrema unzione degli infermi poiché lo stato del paziente era molto grave, la pressione diminuiva e il battito cardiaco si sentiva appena. La trasfusione del sangue lo riportò in una condizione in cui era possibile iniziare l’intervento chirurgico che si presentava estremamente complicato. L’operazione durò 5 ore e 20 minuti. Di minuto in minuto tuttavia aumentarono le speranza di vita.

Il Santo Padre al Policlinico Gemelli

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Giovanni Paolo II al Policlinico Gemelli

Moltissime persone accorsero al Policlinico: cardinali, impiegati della curia. Non c’era il segretario di Stato, il card. Agostino Casaroli, perché in viaggio per gli Stati Uniti. Giunsero anche dei politici col presidente Sandro Pertini, il quale rimase accanto al Santo Padre fino alle due di notte. Non volle infatti allontanarsi prima che il Santo Padre lasciasse la sala operatoria. Il comportamento del presidente fu commuovente, lontano da qualsiasi calcolo. Giunsero anche i capi dei partiti: Piccoli, Forlani, Craxi, Berlinguer ed altri. Aggiungo in margine che Berlinguer revocò la manifestazione a favore dell’aborto fissata per la sera del 13 maggio. Dopo l’intervento chirurgico il Santo Padre fu trasferito in sala di rianimazione. I medici temevano un’infezione o altre complicazioni. Dopo aver riacquistato conoscenza il Santo Padre domandò: «Abbiamo recitato la Compieta?». Si era ormai all’indomani dell’attentato. Per due giorni il Papa soffrì molto ma aumentavano anche le speranze di vita. Rimase in sala di rianimazione fino il 18 maggio. Il primo giorno dopo l’operazione il santo Padre ricevette la Santa Comunione e nei giorni successivi, stando a letto, partecipava alla concelebrazione eucaristica. Si cominciò a parlare di un consulto medico internazionale. Insisteva su di ciò il cardinal Macharski. La domenica mattina 18 maggio il Santo Padre registrò un breve discorso per l’Angelus. Erano parole di ringraziamento per le preghiere di molti fedeli, di perdono per l’attentatore, di abbandono alla Madonna. L’attentato aveva unito la Chiesa e il mondo attorno alla persona del Santo Padre. Fu il primo frutto della sua sofferenza. La Polonia vegliava in ginocchio. A Cracovia si svolse l’indimenticabile marcia bianca dei giovani. Il Policlinico Gemelli era assediato da giornalisti, da personalità ecclesiastiche e laiche e da migliaia di persone gente semplice: venivano dal Papa con amore. Da tutto il mondo giunsero telegrammi: nei primi giorni ne furono contati 15.000. Lo stesso giorno arrivarono due esperti e medici dagli Stati Uniti, uno dalla Francia, uno dalla Germania, uno dalla Spagna e uno da Cracovia. Essi si pronunciarono positivamente riguardo lo stato di salute e l’andamento delle cure mediche. Una settimana dopo l’attentato cantammo il Te Deum.

Una salute precaria

Si cominciò ad associare con insistenza la data dell’attentato alle apparizioni di Fatima. Con una sempre maggiore frequenza si parlò della guarigione miracolosa avvenuta per mano della Madonna di Fatima. Il Santo Padre, appena si sentì più forte, cominciò a ricevere le visite, specialmente quelle dei suoi collaboratori, dei cardinali e anche di rappresentanti di altre confessioni. Di solito alle 18 celebravamo la Santa Messa, poi insieme con le nostre suore cantavamo le litanie del mese di maggio. Nel frattempo da Varsavia giungevano notizie sulla agonia del primate Wishinsky. Il Papa partecipava molto intensamente a quegli estremi momenti. Il 24 maggio per telefono gli trasmise ancora il suo saluto e la sua benedizione. L’indomani alle ore 12.15 il Santo Padre potè parlare per l’ultima volta col primate morente. La conversazione fu breve, mi rimasero nella memoria le parole: “le invio la benedizione e un bacio”. Il 27 maggio il Santo Padre registrò su nastro il discorso ai pellegrini, tuttavia si sentiva stanco, si lamentava di un dolore al cuore. Lo stato del paziente stava peggiorando. Fu sottoposto ad un accurato controllo. Per tutta la notte i cardiologi vegliarono. I problemi cardiaci, spiegarono i medici, erano sorti a causa di un piccolo embolo nei polmoni che gradualmente si riassorbì.Di giorno in giorno dall’elettrocardiogramma scomparivano i segni preoccupanti. Il 28 maggio lo stato di salute migliorò ma il tempo di ricovero all’ospedale dovette nondimeno essere prolungato. Quel giorno, alle 4.40 del mattino morì il primate Wishinsky. La sua morte non fu una sorpresa ma commosse profondamente tutti noi. la notizia ufficiale giunse verso le 10. Informai il Santo Padre un pò più tardi che accolse l’annuncio con profonda commozione. Il 30 maggio il Papa si incontrò con il cardinal Casaroli e gli consegnò la lettera con il testo da leggere durante il funerale del primate. Il Segretario di Stato vi prese parte a nome del Santo Padre che avrebbe tanto desiderato parteciparvi personalmente. Il 31 maggio, domenica, il Santo Padre registrò il discorso per la recita del Regina Coeli: la sua voce era ormai più forte. Alle ore 17, tramite la Radio Vaticana, partecipò alla cerimonia funebre del primate Wishinsky. Egli, mentre si svolgeva la liturgia funebre, celebrò la propria messa nel Policlinico Gemelli. Dopo l’Eucaristia disse: «Mi mancherà. Mi univa a lui l’amicizia. Avevo bisogno della sua presenza». La mattina del primo giugno come sempre il Papa si dedicò alla meditazione e alle preghiere, poi si sottopose alle visite mediche. Oltre ai medici della clinica era costantemente presente un dottore del vaticano. Tutto era puntualmente seguito dal dott. Buzzonetti. Più tardi il Santo Padre era solito ricevere le visite ufficiali e anche quelle degli amici. Quel giorno, dopo la Santa Messa vespertina, iniziammo le funzioni in onore del Santissimo Cuore di Gesù.

Il Santo Padre viene dimesso e torna in Vaticano

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Giovanni Paolo II lascia il Policlinico Gemelli salutando la folla di fedeli

Il 3 giugno fu la data del ritorno a casa. Celebrammo la Santa Messa alle 13:30. Prima di lasciare il Policlinico il Santo Padre ricevette il prof. Lazzati, rettore dell’Università Cattolica e nel pomeriggio i medici e i paramedici. Alle 19 ripartì per il Vaticano. L’incontro con la curia e con gli abitanti del Palazzo pontificio fu toccante. La presenza del Santo Padre riempì di nuova vita la sede apostolica. Si chiudeva così la prima tappa dell’attentato e i drammatici momenti di lotta per la vita. Il Santo Padre continuava a sotto cura dei medici del Policlinico Gemelli e di quelli del Vaticano. Il venerdì 5 giugno registrò il discorso per la solennità della Pentecoste alla quale erano invitati i vescovi di tutto il mondo. Durante tali celebrazione il Papa, nello spirito del messaggio di Fatima, desiderava affidare alla Madre Santissima la Chiesa e il mondo, in modo particolare i paesi che più di tutti attendevano un tale atto.Domenica 7 giugno, Pentecoste, il card. Confalonieri, decano del Collegio Pontificio, presiedette alla liturgia nella basilica di San Pietro. L’omelia del Santo Padre fu proposta per mezzo di una registrazione e al termine della liturgia egli stesso si affacciò sul balcone interno alla basilica ed impartì la benedizione. Grande fu la gioia. Anche il discorso che precedette alla preghiera del Regina Coeli era prodotto da un nastro. Il Santo Padre si affacciò solamente dalla finestra della sua biblioteca privata per impartire la benedizione alle persone riunite numerose sulla Piazza di San Pietro.Nel pomeriggio si svolse la grande cerimonia in Santa Maria Maggiore con la partecipazione delle delegazioni dei vescovi di ogni continente durante la quale il Papa affidò alla Madre di Dio la Chiesa e il mondo. Le parole di questo atto, preparate dal Santo Padre, furono trasmesse per mezzo della Radio Vaticana. Il Papa seguì la trasmissione tramite la televisione per tutta la cerimonia. La celebrazione era presieduta dal card. Ottunga di Nairobi e la processione fu guidata dal card. Corripio del Messico. In questo modo si compì il grande desiderio dell’episcopato polacco e del primate Wishinsky espresso ancora dutante il Concilio Vaticano II. (…)

Il Papa di Maria e il mistero di Agca

papa agca 13 maggio 1981: Il mistero dellattentato al Papa
Giovanni Paolo II incontra il suo attentatore Alì Agca

Il 15 agosto, solennità dell’Assunzione della Madonna, fu il primo giorno dopo l’attentato in cui il Santo Padre potè sentirsi completamente libero dalle cure dei medici e dall’ospedale. Decine di migliaia di persone giunsero in piazza a San Pietro per partecipare a mezzogiorno alla recita dell’Angelus. Con quel giorno si concluse il grande dramma durante il quale il Santo Padre poté sperimentare in modo singolare la bontà, la premura e la protezione da parte della Madre Santissima. Questa convinzione ha animato e anima il Papa fino ad oggi. Quando, a distanza di quattro mesi, tornò a San Pietro per incontrarsi nuovamente con i fedeli durante l’Udienza generale, ringraziò tutti delle preghiere e confessò: «E di nuovo sono divenuto debitore della Santisima Vergine e di tutti i Santi Patroni. Potrei dimenticare che l’evento in Piazza San Pietro ha avuto luogo nel giorno e nell’ora nei quali da più di sessant’anni si ricorda a Fatima, nel Portogallo, la prima apparizione della Madre di Cristo ai poveri contadinelli? Poiché tutto ciò che mi è successo proprio in quel giorno ho avvertito quella straordinaria materna protezione e premura che si è dimostrata più forte del proiettile micidiale». Dono e mistero: dono è stato il miracoloso ritorno del Santo Padre alla vita e alla salute, unmistero rimane nella dimensione umana l’attentato. Infatti non l’ha chiarito il processo né la lunga carcerazione dell’attentatore. Sono stato testimone della visita del Santo Padre ad Alì Acga in carcere. Il Papa lo aveva perdonato pubblicamente già nel suo primo discorso dopo l’attentato. Non ho udito una parola di richiesta di perdono da parte dell’attentatore. Lo interessava soltanto il mistero di Fatima turbato dalla forza che lo aveva superato. Lui aveva mirato bene ma la vittima era rimasta in vita.Nell’anno del Grande Giubileo il Santo Padre si è rivolto tramite una lettera al presidente della Repubblica Italiana perché Alì Acga fosse liberato. Questa domanda, si sa, è stata accolta dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Il Santo Padre ha accolto con sollievo la scarcerazione di Alì Acga. Più volte aveva ricevuto sua madre e i suoi familiari. Spesso domandava di lui ai cappellani dell’istituto di pena. Nella dimensione divina il mistero è costituito da quel drammatico evento che ha fortemente indebolito le forze della salute del Santo Padre ma al tempo stesso non è rimasto senza effetto circa i contenuti e la fecondità del suo ministero apostolico nella Chiesa e nel mondo. Ricordo che durante un colloquio il Santo Padre ha confessato: «È stato una grande grazia di Dio. Vedo in questo una analogia con la prigionia del primate solo che quella esperienza durò tre anni e questa…» Penso non sia una esagerazione applicare in questo caso un detto antico: “Sanguis martyrum, semen cristianorum” [il sangue dei martiri è seme dei cristiani, ndr]. Forse c’era bisogno di quel sangue sulla piazza di San Pietro, sul luogo del martirio del primi cristiani.

Le riflessioni di Dziwisz sull’attentato

In questo contesto mi vengono in mente quattro riflessioni. Senza dubbio il primo frutto di quel sangue versato fu l’unione di tutta la Chiesa nella grande preghiera per la salvezza del Papa. Lungo l’intera notte che seguì l’attentato i pellegrini venuti per l’udienza generale e una sempre crescente moltitudine di romani pregavano in Piazza a San Pietro. Nei giorni successivi, nelle cattedrali, nelle chiese, nelle cappelle del mondo vennero celebrate le Sante Messe e si offrirono preghiere secondo le sue intenzioni. Lo stesso Santo Padre diceva a questo proposito: «Mi è difficile pensare a tutto questo senza commozione, senza una profonda gratitudine verso di tutti, verso tutti coloro che il 13 maggio si sono uniti in preghiera e verso tutti coloro che hanno perseverato in essa per tutto questo tempo. Sono grato a Cristo Signore, allo Spirito Santo, il quale mediante questo avvenimento che ha avuto luogo in Piazza San Pietro il giorno 13 maggio alle ore 17.17 ha ispirato tanti cuori alla comune preghiera. E pensando a questa grande preghiera non posso dimenticare le parole degliAtti degli Apostoli che si riferiscono a Pietro: “preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui” (cf. At 12,5)». In quei giorni giungevano espressioni di benevolenza anche da numerosi ambienti non proprio legati alla Chiesa: dai capi di Stato, da rappresentanti di organizzazioni internazionali e da vari organi politici e sociali in tutto il mondo. Sembra che i sentimenti che venivano espressi allora abbiano contribuito a formare fino ad oggi il riferimento al Santo Padre quale autorità morale nel mondo. La premura per la vita e la salute del Papa si manifestò non soltanto nella Chiesa Cattolica ma anche nelle comunità di altre confessioni cristiane e perfino di altre religioni. Ricordo che al segretario per le unioni dei cristiani giungevano centinaia di telegrammi dai loro rappresentanti. Da Costantinopoli arrivò un inviato speciale del patriarca Demetrio per esprimere la profonda partecipazione alle sofferenze del vescovo di Roma. C’erano i telegrammi del patriarca di Mosca, di Gerusalemme, dell’Armenia e di molte altre chiese ortodosse.C’erano i telegrammi del primate della comunità anglicana e anche dei capi di numerose chiese protestanti. Sono profondamente convinto che la sofferenza del Papa ha portato un enorme contributo all’opera dell’unità dei cristiani alla quale egli è così dedito. Ho già menzionato che per quel giorno diventato memorabile era prevista a Roma una grande manifestazione promossa da ambienti che si pronunciavano a favore del diritto di aborto, manifestazione che a causa dell’attentato fu revocata. Come insegna la Provvidenza Divina, nulla avviene per caso. Può darsi che ci fosse bisogno di quel sangue innocente e di quella disperata lotta per la vita affinché si risvegliasse dalle coscienze degli uomini la consapevolezza del valore di essa e la volontà di custodirla dal concepimento fino alla morte naturale. Il fatto che quel giorno sono stati sitituiti sia l’Accademia Pro Vita sia l’Istituto per la Famiglia presso la Pontificia Università Lateranense sembra confermare tale intuizione. Insipendentemente dallo stato effettivo delle leggi e dei costumi nella questione per il rispetto della vita nellasocietà contemporanea si può dire che l’impengo del Santo Padre e della Chiesa a favore della famiglia e della vita concepita trovò in quel giorno un nuovo impulso e una motivazione esistenziale. Certamente si potrebbe approfondire di più il mistero dell’attentato, di quella lotta per la vita e la salvezza del Santo Padre citando ulteriori frutti che si sono avuti e che oggi a vent’anni di distanza è possibile individuare. Sono tuttavia consapevole che il suo senso definitivo rimarrà nell’inescrutabile volere della provvidenza divina. Nondimeno a questo punto desidero esprimere una profonda convinzione: che il sangue versato in Piazza San Pietro il 13 maggio fruttificò con la primavera della Chiesa dell’anno 2000.Non cesso di rendere grazie a Dio per questo dono e per questo mistero per cui mi è concesso di essere testimone oculare.

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Ecco tutti i misteri del «lupo grigio»
il burattino nelle mani del Cremlino

Alì Agca confessò subito di essere stato arruolato dal Kgb: Mosca doveva eliminare il Papa polacco. Poi, minacciato da uno 007 bulgaro, si mise a fare il pazzo e ritrattò tutto. Ora è il momento di dire tutta la verità

di PAOLO GUZZANTI,
presidente della Commissione Parlamentare Mitrokhin
(da “Il Giornale” del 09/01/2006)

gpii attentato 13 maggio 1981: Il mistero dellattentato al Papa

Alì Agca sale all’onore della cronaca per l’attentato al Papa Giovanni Paolo II, compiuto il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Militante dell’organizzazione terroristica di estrema destra dei «Lupi grigi», il primo febbraio 1979 Agca aveva ucciso Abdi Ipekci, direttore del quotidiano liberale «Milliyet». Per questo omicidio Agca verrà condannato a morte, pena ridotta poi a dieci anni. Negli ultimi anni Agca comincia insistentemente a chiedere la grazia o il permesso di finire di scontare la detenzione nel suo Paese. Dopo le rivelazioni del Papa sul «terzo segreto» di Fatima, Agca dice: «Sono stato strumento inconsapevole di un disegno misterioso». Nel giugno 2000 il Presidente della Repubblica Ciampi gli concede la grazia e Alì Agca viene trasferito in Turchia e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza per scontare la pena per l’assassinio del giornalista Abdi Ipekci.

Esce dal carcere di massima sicurezza turco Alì Agca, l’uomo che ha tentato di assassinare il papa polacco nel maggio del 1981 e che è riuscito a mandare all’aria il processo fingendosi pazzo e lasciandosi condannare all’ergastolo, poi commutato in una grazia e nell’espatrio: sta per uscire di prigione e sa tutto. Lo invito a parlare e sono pronto a difendere la sua vita: verità in cambio di sicurezza, per quel che possiamo fare. Ma certamente Alì Agca non è pazzo e personalmente temo per la sua vita. Qualche tempo fa mi scrisse una lettera come presidente della Commissione Mitrokhin, perché io ho riaperto ufficialmente il caso del tentato omicidio di papa Wojtyla, dal momento che questo papa, prima di morire, ha finalmente ammesso di essere stato il bersaglio di Mosca. Mi chiese di aiutarlo ad uscire, in cambio mi avrebbe detto tutto, anche dove sta Emanuela Orlandi.

Alì Agca ha un enorme problema: dopo essere stato arrestato a piazza San Pietro con la pistola fumante parlò dopo poco tempo e disse tutto al magistrato Ilario Martella: l’arruolamento da parte di agenti sovietici, la copertura dei Lupi grigi di cui si serviva principalmente il Gru (servizio militare) sovietico, il ruolo del caposcalo delle linee aeree Balcaniche Antonov, che poi è stato assolto ma che io reputo colpevole perché una perizia condotta da un medico specialista ha senza ombra di dubbio riconosciuto in lui l’uomo alle spalle di Alì Agca mentre apriva il fuoco contro il papa insieme ad altri tiratori non identificati.

Ma Alì Agca «fece il pazzo» dopo aver ricevuto in carcere a Roma la visita di un sedicente «giudice» bulgaro, in realtà un alto ufficiale di Sofia e agente segreto, il quale gli disse che se non avesse mandato all’aria tutto quanto aveva detto si poteva considerare un uomo morto. Questa minaccia fu sostenuta con il rapimento di due ragazzine in Vaticano, di cui la più famosa è Emanuela Orlandi, per la regia di alcuni prelati tedeschi agenti della Stasi. I rapimenti dovevano servire come merce di scambio con lo Stato italiano per mettere fuori Agca e liquidarlo.

In realtà sappiamo oggi che la storia dell’assassinio del papa progettato a Mosca, la sua esecuzione affidata ad Agca ed alcuni altri che avrebbero dovuto poi essere fatti espatriare in un furgone con targa diplomatica dall’ambasciata bulgara ai Parioli, è molto più complessa e la commissione Mitrokhin con una lunga serie di audizioni dei magistrati che hanno investigato, da Martella a Priore, da Marini a Imposimato, ha fatto gravi e importanti scoperte che fra poco saranno consegnate al Parlamento della Repubblica.

Non si capirebbe nulla di questa storia intrecciata e confusa se non esistesse un libro A Cardboard Castle? che raccoglie tutti i verbali delle riunioni dei ministri della Difesa dei Paesi del patto di Varsavia dalla fine della guerra alla fine del Patto di Varsavia. Questi verbali mostrano e dimostrano senza la più lontana possibilità di dubbio che fin dagli anni Cinquanta, ma in modo più organizzato e dispendioso dai primi anni Settanta con un picco che sta a cavallo fra rapimento, interrogatorio e soppressione di Aldo Moro e il tentativo di eliminare il papa, l’Unione Sovietica aggiornava continuamente piani dal costo economico suicida, per lanciare un attacco improvviso all’Europa occidentale con una rapidità tale, due settimane, da dissuadere gli Usa dall’ingaggiare un duello termonucleare per riconquistare un’Europa ormai persa.

Questi piani cominciarono a scricchiolare con l’arrivo di Ronald Reagan sulla scena internazionale e il suo scudo stellare, inaccessibile per costi e tecnologia all’Urss, oltre al fallimento nel controllo della Polonia e all’installazione degli Euromissili in risposta allo schieramento aggressivo degli SS20 sovietici. Ma la chiave di questi piani d’invasione era la Polonia, destinata peraltro ad una massiccia distruzione atomica di rappresaglia perché l’attacco sovietico prevedeva l’uso di oltre mille bombe come quella di Hiroshima sulla sola Germania.

L’eliminazione del papa polacco e la sua sostituzione con un papa gradito al Cremlino come monsignor Agostino Casaroli molto, anzi troppo benvoluto ad Est, avrebbe sgomberato la Polonia dalle folle di Solidarnosc che avevano come leader Lech Walesa, che era il secondo obiettivo da affidare ad Alì Agca durante una visita a Roma del sindacalista, come gli fu spiegato ai primi di gennaio del 1981 all’hotel Archimede da tre agenti bulgari. Ma Agca rifiutò quel contratto che avrebbe previsto l’uso di una carica esplosiva che il turco considerava un’arma non adatta al suo talento.

Ma la notizia di un interesse militare, e non genericamente politico, o ideologico o religioso, nell’assassinare il Papa, poggia su opinioni convergenti. La prima che io abbia ascoltato è stata quella del procuratore francese Jean-Luis Bruguière, il quale un anno fa, durante la rogatoria della Commissione Mitrokhin a Parigi, mi disse in via confidenziale ma dicendosi sicuro delle sue fonti, che dietro l’attentato al Papa c’era il Gru sovietico, cioè oltre al Cremlino anche il ministero della Difesa. Il Kgb ebbe ordini di coordinamento generale e la Stasi tedesca quello di reclutare il personale e poi compiere una vasta opera di disinformazione e intossicazione della stampa occidentale, come poi avvenne, sia che l’attentato riuscisse, sia che fallisse.

C’è poi il problema Ames, in questa storia. Aldrich Ames era il capo della stazione della Cia a Roma negli anni Ottanta, ma purtroppo era anche il capo della stazione del Kgb sovietico, da cui era stato reclutato in Colombia. Oggi Ames sta scontando l’ergastolo nel carcere di Whitedear in Pennsylvania ed è un uomo chiave. Fu purtroppo proprio ad Ames che si rivolse nel 1984 un cospiratore bulgaro, chiamato con il nome di codice «GT/Motorboat», il quale durante una visita a Roma si precipitò all’ambasciata americana di via Veneto per dire alla Cia tutto quello che sapeva dell’attentato al Papa. Fu ricevuto da Ames (che vendeva gli agenti sovietici passati in Occidente per qualche migliaio di dollari a testa) al quale disse di sapere che il Gru sovietico ebbe l’ordine dal ministero della Difesa a Mosca, il quale a sua volta aveva avuto ordine direttamente da Leonid Breznev, di liquidare Wojtyla per sgombrare la Polonia a fini militari. Ciò spiega perché il direttore della Cia Bill Casey, morto nel 1987, sosteneva che i mandanti dell’omicidio erano Breznev e Zhivkov, il che spiega anche perché, paradossalmente, gli Stati Uniti decisero di minimizzare e gettare acqua sul fuoco fino a far passare per pazza e visionaria la giornalista americana Claire Sterling che aveva con molta energia lanciato la «pista bulgara» che era in realtà tutta sovietica.

La Casa Bianca considerò che il coinvolgimento diretto del segretario generale sovietico e del suo governo nell’assassinio del capo della chiesa cattolica mondiale era un affare di tale esplosiva potenza che avrebbe potuto portare a una guerra non desiderata, diventando la «nuova Sarajevo». Il capostazione Cia a Roma Ames che era anche il capo del Kgb a Roma denunciò subito ai russi lo strano personaggio bulgaro che era venuto a raccontare come stavano le cose, ma i russi gli risposero che non potevano eliminarlo perché ritenevano ormai i servizi bulgari infiltrati dagli americani, motivo per cui se non è morto per cause naturali «GT/Motorboat» dovrebbe essere ancora vivo e potrebbe parlare.

Agca era una variabile di poco conto ma un grande rischio per i sovietici che facevano agire sull’attentatore detenuto gli agenti del corrispondente servizio militare bulgaro e cioè del Rumno. Furono loro a trasmettere ad Agca, durante una rogatoria a Roma, il messaggio forte e chiaro: se non ritratti tutto, ti facciamo uscire dal carcere italiano con una operazione di scambio (Emanuela Orlandi) e poi ti liquidiamo. Fu così che di colpo Agca in aula avvertì giudici, giornalisti, avvocati e pubblico, di essere la reincarnazione di Gesù Cristo e prese a vaneggiare con molto scrupolo razionale. Così il processo si concluse con la sua condanna all’ergastolo, ma senza alcuna altra condanna e senza che i magistrati riuscissero ad identificare i mandanti, di cui però riconoscevano la presenza e la potenza militare e spionistica.

Si sa però che Agca, è stato proprio lui a raccontarlo prima di fingersi pazzo, fu addestrato in una serie di «facilities» nella disponibilità sovietica in Medio Oriente, in Yemen, nella stessa Bulgaria, ma che il suo agente istruttore era a Teheran, condividendo la stanza con un certo colonnello Sokolov che fino a pochi anni prima faceva finta di essere un diligente studente russo che non perdeva di vista il professor Aldo Moro fino alla mattina dell’attacco del commando di via Fani. Anche il caso Moro ha la sua spiegazione militare sovietica: dal covo di via Gradoli partivano la sera lunghe trasmissioni in alfabeto Morse, si preparavano documenti e identità false nel modo indicato dalle carte Mitrokhin, e durante il suo interrogatorio con sistema posta in entrata e in uscita, sparirono per poi riapparirvi dopo la morte di Moro, tutte le carte top secret della difesa «Stay behind» che noi chiamiamo erroneamente Gladio.

Quando Moro era in mano agli uomini che lo spremevano, l’agente Ames della Cia era già uomo sotto coltivazione sovietica, come lo erano moltissimi uomini dell’agenzia di Langley. Come mi disse un amico americano competente «a quei tempi abbiamo pestato una grossa merda, e nessuno ha voglia di tornarci sopra». Adesso Alì Agca torna libero e a questo punto sono io a lanciargli un messaggio che qualcuno si incaricherà, ne sono certo, di recapitargli: venga da me a dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità e gli prometto di fargli avere dagli organismi competenti italiani la protezione più alta. Risponderà all’appello il killer turco?

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Lucia: la suora che bloccò Alì Agca

La testimonianza della suora che il 13 Maggio 1981 bloccò in Piazza San Pietro Ali Agca. Oggi ha 55 anni, vive in un convento a Genova. La religiosa è nata a Villamaggiore di Scalve, a Bergamo. Questa testimonianza è stata scritta in occasione della morte di Giovanni Paolo II.

(da “L’Eco di Bergamo” del 10/1/2006)

Scrive Suor Letizia Giudici. Avevo 27 anni quando Papa Giovanni Paolo II fu eletto nel 1978, ne ho compiuti esattamente il doppio il 31 Marzo scorso mentre a Roma il fedele segretario del Papa Mons. Stanislao Dziwisz gli impartiva l’unzione degli infermi. Mi sembrò l’inizio della fine, anche perché da alcuni giorni i Cardinali cominciavano ad arrivare da tutto il mondo per dare al Santo Padre l’ultimo saluto. E poi da quel giorno anche dai più remoti punti della terra, raggiungibili e non dai mezzi di informazione, iniziò la veglia di preghiera per questo grande uomo che sembrava eterno, uomo capace di portare la croce in piena coscienza ed eroicità fino al punto di invocare, come S. Francesco d’Assisi, che sorella morte, liberandolo dal male, lo introducesse nella casa del Padre.

Credo che sia giusto, anzi doveroso, che anch’io offra la mia piccola testimonianza di amore e di gratitudine a questo grande Papa che non solo è entrato nella storia, ma è entrato nella vita di tutti. È stato scritto che egli non ha usato il Cristianesimo per escludere chi ne fosse fuori ma per condividere quel che è bene per tutti, chiedendo perdono a nome della chiesa degli errori commessi nel passato. Grazie a questo coraggio davvero oggi si può dire che il Papa Giovanni Paolo II ha lasciato il mondo più libero di quello che ha trovato quando divenne Papa.

Ma per me chi è stato Giovanni Paolo II? Istintivamente la risposta è la stessa che ripeto da quel 13 Maggio 1981. È il Papa dell’attentato, delle grazie e della benedizione. Quante volte in questi 24 anni da quella sparatoria in Piazza San Pietro ho avuto occasione di incontrare e lottare con i giornalisti insistenti, che ad ogni 13 maggio annualmente e puntualmente venivano al convento di Genova o telefonavano perché raccontassi loro quell’attentato. Sì, perché è toccato proprio a meacciuffare Alì Agca che tentava di fuggire dalla piazza dopo aver sparato al Santo Padre. Ho atteso invano quel giorno che qualcuno lo bloccasse, ma tutti i pellegrini e turisti in quel momento erano allibiti e sconvolti nell’osservare il Papa che ferito gravemente veniva trasportato all’ospedale Agostino Gemelli. Tutto si svolse in una manciata di minuti ed io istintivamente ho cercato il momento per bloccarlo e tenerlo fino al momento di consegnarlo alla polizia. È stato un momento frutto d’istinto più che di coraggio, anche se avrò sempre nella mia mente quella pistola rivolta verso di me e che risultò poi agli esperti carica di proiettili, ma inceppata.

Quel giorno dell’attentato era l’anniversario dell’apparizione della Madonna a Fatima e il Santo Padre Giovanni Paolo II ha attribuito la sua salvezza all’intervento della Vergine Maria. Una mano ha sparato, ha detto il Papa, e un’altra ha guidato il proiettile e io sentivo di poter aggiungere che la stessa mano ha fatto inceppare la pistola. Comunque mi sono sentita un piccolo strumento per fermare Alì Agca e permettergli così di incontrare poi nel carcere di Rebibbia il Papa che gli offre il suo paterno perdono andandolo a trovare. Forse, anche per Alì Agca sono stata una prova di qualcuno al di sopra dei suoi progetti e sono stata una coincidenza nel chiamarmi Lucia, come uno dei tre pastorelli di Fatima. Il nome di Letizia fu una scelta in occasione della missione alla vita religiosa. Ho avuto poi modo di incontrare entrambi, sia Ali Agca sia il Santo Padre Giovanni Paolo II. Certamente in momenti diversi e opportunità uniche. Ricordo Ali Agca nell’aula del processo e in quella della corte d’Assise quando il presidente Severino Santiapichi gli domandò se avesse mai parlato con quella suora. Non ricordo rispose dalla sua gabbia, c’era una decina di persone attorno a me. Strano però, ha aggiunto, che questa donna si chiami Lucia. C’è un’altra Suor Lucia, diceva Ali Agca. Il presidente Santiapichi lo ha poi interrotto e gli ha intimato di tacere perché cercava di sviare le indagini con la storia di Fatima. Io provo ancora per questo fratello Alì un senso di compassione e comunque di perdono perché possa sentirsi meno solo.

Ma certamente è l’incontro col Santo Padre che mi ha coinvolto di più e ha inciso nella mia mente e nel mio cuore le sue parole. Furono proprio nel periodo successivo all’attentato. Quando si era da poco ristabilito, Papa Giovanni Paolo II venne in visita all’Ateneo Antoniano di Roma, dove studiavo ed ebbi l’onore di incontrarlo e di parlare personalmente con lui. Ricordo i suoi occhi penetranti e comunicativi, risento la sua voce decisa e pacata con le sue parole di grazie e di benedizione, mentre le sue mani stringevano le mie tremanti e gelate dall’emozione. Qualche tempo dopo l’attentato, a proposito del suo ferimento, il Santo Padre ha raccontato: ebbi il presentimento che sarei stato salvato e questa certezza non mi abbandonò mai neppure nei momenti peggiori.

Sappiamo con certezza che è stata la sua fede e soprattutto il suo amore alla Vergine Maria a dargli la forza e tenacia nel portare a compimento la missione di Vicario di Cristo. Dal giorno dell’attentato sono ritornata in Piazza San Pietro solo due volte: una nel 2001 per il ventesimo anniversario di quel fatto e ultimamente sulla sua tomba per rendergli il mio omaggio e la preghiera di chiedergli di continuare a guardarmi dalla finestra del Padre. Non solo quando era stato ambasciatore del Signore qui sopra la terra, ma come diretto ambasciatore dal cielo.

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Parla lo storico Giorgio Rumi:
dal dramma il Papa capì l’urgenza della sua missione

“Se l’attentato fosse riuscito? Gli anni Ottanta sarebbero potuti diventare cupi, drammatici. Per fortuna ci è stato risparmiato. Quel giorno la storia accelerò”

di ANTONIO GIORGI
(da “Avvenire” del 13/5/2001)

Vent’anni, e sembra ieri. Due decenni, ma intanto è cambiato tutto. Gli spari in piazza San Pietro, il sangue sulla veste candida del Papa, la corsa disperata al Gemelli, l’emozione e l’angoscia di gran parte dell’umanità vent’anni dopo sono una memoria e un monito: “Potremmo vivere in un mondo diverso e peggiore. Avrebbe potuto esserci un altro futuro, buio, cupo, drammatico. Per fortuna ci è stato risparmiato”. È arduo per uno storico ragionare sulla base dei se e dei ma. Anzi, “è un grande peccato occuparsi delle ipotesi, di quello che non è successo”, argomenta pacamente Giorgio Rumi che è storico di razza, uno studioso che dei pontefici del periodo recente sa tutto, anche se si schermisce e minimizza: “Sono quelli che conosco meglio, tutto qui”. E allora via, quella riflessione che i suoi colleghi del mondo accademico definiscono controfattuale (se l’attentato fosse riuscito… se la corsa all’ospedale fosse stata vana…) per lo storico di mestiere sarà anche un peccato, ma forse solo veniale. “Sì – spiega Rumi – avrebbe dovuto esserci un altro conclave, il terzo nel giro di quattro anni. Un conclave in una situazione di forte sospetto verso l’Est del pianeta. Tutto l’Est, sia quello comunista che quello islamico. Non riesco ad immaginare il clima che avrebbe potuto crearsi. Al di là degli aspetti umani e religiosi, a livello politico la tensione sarebbe stata enorme”. Per fortuna, e qui usciamo dal campo dei se, l’attentato non è riuscito. Lo storico torna a camminare sul terreno solido dei fatti, della realtà.

Allora le chiedo: cosa ha significato questo evento per il pontificato di Karol Wojtyla? Giusto, come lo ha segnato?

Se teniamo conto del dato cronologico (Agca ha agito agli inizi, agli albori della missione papale di Giovanni Paolo II) è indubbio che quegli spari hanno impresso una accelerazione all’apprendistato – lo chiamerei così – di questo pontefice. Trattandosi di un evento accaduto così vicino alla sua nomina da parte del collegio cardinalizio ha indotto una maturazione improvvisa, umanissima. A parte il senso del miracolo che permea la vicenda – tema in cui non mi permetto di entrare – l’uomo-pontefice, come succede a chiunque superi una prova drammatica, ha maturato la convinzione che non c’era tempo da perdere.

Vuole dire che il gesto di Agca ha fatto esplodere quello che già era nell’incubazione di questo pontificato, ma che avrebbe richiesto tempi più lunghi per venire alla luce, esprimersi e concretizzarsi?

Gli psicologi insegnano che coloro che si misurano con una grande crisi, una malattia, una disgrazia, una guerra anche, sono poi portati a bruciare le tappe. È come se avessero ricevuto una lezione sulla precarietà dell’esistenza e sulla doverosità dell’impegno, così da essere indotti a dare veloce compiutezza al proprio disegno o progetto. L’attentato in piazza San Pietro, dunque, visto come momento decisivo di un pontificato, come punto di svolta. Alla luce della fede si può parlare di un segno della Provvidenza… Guardi che anche il più scettico non può non avere un sospetto di provvidenzialità riguardo a tutti i papi del periodo recente.

D’accordo, ma nel caso di Wojtyla l’accelerazione dell’apprendistato che lei individua come può essere inquadrata nel momento storico?

Infatti tutto accade negli anni Ottanta: la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo, il venire meno della contrapposizione tra i blocchi, la storia che comincia a correre. Vuole che in Giovanni Paolo II non fosse forte la percezione dei tempi che cambiavano, degli eventi che incalzavano? Vuole che non sapesse di non avere davanti a sé una navigazione tranquilla? Del resto, l’accelerazione è tipica dei tempi frenetici che l’umanità sta vivendo.  Anni cruciali, gli Ottanta. Probabilmente solo gli studiosi di domani riusciranno a darne una lettura complessiva e magari a dire una parola chiara sull’attentato, al di là della verità processuale emersa davanti ad una corte d’assise italiana. Non crede?  Verità della quale io, personalmente, convintissimo non sono. Di tutti i grandi momenti di crisi, di tutti i grandi attentati politici non si è mai saputo bene cosa sia successo. Penso a Kennedy, a Lincoln, a Umberto I, a Trotzkij. Lo storico non riesce mai a rispondere con assoluta serenità. Nel caso del Papa nessuno dubita che un tale abbia sparato. Ma se poi vogliamo sapere perché, come, mandato e aiutato da chi e via dicendo, c’è solo da sperare che lo storico del futuro sia più fortunato e trovi nuovi documenti. Ma non mi farei illusioni, sugli attentati politici la verità è sempre parziale e provvisoria. Concreti, tangibili, reali sono invece i frutti dell’attività instancabile che un Papa pur provato dalle pallottole ha dispiegato a tutto campo. L’attentato non lo ha fermato. Lo ha maturato, lei ricorda.

In che modo?

Per Karol Wojtyla si è trattato ad un certo punto di essere come un giovane prete mandato subito a svolgere il suo ministero in una parrocchia difficile. Possiamo immaginare come fosse difficile reggere quella parrocchia chiamata Chiesa universale in una situazione drammatica segnata dal comunismo, dall’Islam, dai problemi interni della stessa Chiesa. C’era da rimboccarsi le maniche, da mettersi sul piede di missione. C’era da cominciare ad andare, veramente, come se non ci fosse tanto tempo. C’era da finire la fase di studio e da mettere immediatamente in atto quello che stava nelle idee e nei disegni di un pontificato, nei progetti di un vescovo che veniva dall’Est, scelto dai cardinali perché lo Spirito riteneva necessario per la Chiesa degli anni Ottanta e di questo inizio di secolo un autentico pastore. Che Karol Wojtyla si sia dimostrato bravissimo come uomo planetario (non dirò diplomatico, termine riduttivo) è un altro discorso. Grazie all’azione dello Spirito, il tempo per Giovanni Paolo II c’è poi stato. Infatti i risultati si sono visti. Ma la rapida uscita dall’apprendistato, l’urgenza di concludere, fare, portare avanti credo siano state la sua reazione umanissima al doloroso evento del 13 maggio di vent’anni fa. Quando molti di noi, diciamolo, abbiamo paventato un futuro buio.

http://holyqueen.altervista.org/apparizioni_fatima_attentato.htm

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