Valeria Tomasi in Amazzonia, “custode della biodiversità”

Da il 14 marzo 2017
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Buongiorno a tutti,
sono Valeria, nata e cresciuta a Predazzo fra le alte montagne, il verde brillante dei prati e l’aria frizzantina, quella che punge, ma ti fa sentire bene. 
In questo momento mi trovo nell’Amazzonia peruviana fra le zanzare e il caldo soffocante dove le stagioni non esistono. Sono arrivata da ormai 4 mesi e le temperature hanno sempre oscillato fra i 30 e i 35 gradi, percepiti 40.

Vi scrivo esattamente da Iquitos, una città di quasi 500mila abitanti nel cuore della Selva Amazzonica, circondata dal Rio delle Amazzoni.
Iquitos è, per il resto del Perù, un’isola. Raggiungerla è complicato, ci sono solo due possibilità: con l’aereo da Lima, oppure in barca via fiume.

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Il Rio delle Amazzoni è come se fosse una grande autostrada che collega Iquitos al resto del Perù, ma anche alla Colombia, all’Ecuador e al Brasile.

Iquitos per la sua posizione geografica è un’importante città commerciale e la più grande dell’Amazzonia peruviana.
Sono arrivata fin quaggiù grazie al Servizio Civile Internazionale Italiano. Lavoro con una ONG locale, il Centro Amazzonico di Antropologia e Applicazione Pratica (CAAAP).
Per capire quello che sto facendo qui, nel cuore della foresta Amazzonica peruviana, è bene premettere che il contesto locale è molto complesso.

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L’Amazzonia subisce lo sfruttamento del suo territorio per il petrolio, per le coltivazioni della coca, dell’olio di palma e del cacao. La corruzione è forte come l’assenza dello Stato, che da in concessione i terreni pubblici alle grandi imprese nazionali e multinazionali.
I danni sono enormi. L’acqua del Rio è inquinata, il disboscamento avanza in maniera incontrollabile, gli animali si estinguono e la biodiversità unica dell’Amazzonia si sta perdendo. Le popolazioni indigene che vivono nell’Amazzonia lottano per difendere la loro terra, i loro diritti che non vengono rispettati, neanche riconosciuti.

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Le popolazioni indigene non vengono ascoltate, non possono esprimersi su quello che lo Stato decide di fare con il loro territorio.
Siamo di fronte ad una violazione dei diritti umani da parte di uno Stato nei confronti dei suoi cittadini.
La gente si ammala perché il pesce che mangia è contaminato, l’acqua che beve è quella del Rio: avvelenata.
I bambini nascono con malformazioni, la gente emigra in città, si trasferisce ai margini in condizioni di povertà assoluta e di discriminazione, si perdono i saperi ancestrali e le identità delle comunità d’origine.

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L’impatto socio-culturale è devastante, conseguente a quello ambientale.
Poi ci sono gli effetti del cambio climatico che si sommano a tutto questo. Questi sono i temi di cui si occupa il CAAAP, l’organizzazione con cui lavoro: mediazione fra le popolazioni indigene ed il governo, sensibilizzazione,
formazione dei leader di comunità, appoggio nella lotta in difesa dell’ambiente naturale, riconoscimento e protezione dei diritti umani delle popolazioni indigene.

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Appena ho saputo che a Predazzo si sarebbe parlato dell’Amazzonia e delle sue donne, ho pensato di scrivere qualcosa per voi, condividere quello che vedo con i miei occhi, farvi respirare un po’ d’aria calda dell’America Latina.
Ecco a voi la storia di Ema, una delle custodi della biodiversità dell’Amazzonia: Ema e la comunità nativa di Puerto Prado
Sono le 7.30 di mattina e sono seduta sulla panchetta di legno del peke-peke (piccola barca utilizzata per gli spostamenti nel fiume). Di fronte a me Ema, apu della comunità nativa di Puerto Prado. Apu significa leader, rappresentante degli abitanti della comunità indigena.

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Ema è una donnetta di mezza età. La guardo mentre avanziamo lentamente sul Rio Maranon verso la sua comunità. Il vento le scompiglia i capelli neri e lunghi, gli occhi persi all’orizzonte, dove il Rio immenso si perde con il verde della foresta amazzonica.
Ha gli occhi piccoli e socchiusi per la luce forte. All’improvviso si gira verso di me e sorridendomi mi chiede se ho già fatto colazione.
Ema è una signora minuta e affettuosa. È il leader della sua comunità. È una donna.

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“Non sapevo né leggere e né scrivere, ed ora posso parlare senza problemi con i governanti dello Stato”, mi racconta decisa.
Ema è una fra i rappresentanti più importanti dell’Amazzonia peruviana.
La sua comunità è stata riconosciuta dallo Stato peruviano come comunità indigena nel 2003 ed è composta da 16 famiglie, una settantina di persone in tutto. È una comunità bilingue, dove si parla lo spagnolo e il kukama (lingua nativa) che viene insegnata nella scuola di Puerto Prado.

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La missione di Ema è quella di salvaguardare il bosco e i saperi ancestrali del popolo kukama.
Li chiamano “popoli invisibili”. Abitano da sempre la foresta amazzonica, nel bacino Rio delle Amazzoni, vivono in simbiosi con la natura, la conoscono, la rispettano. Proteggono il bosco, curano la terra e la loro vita è in perfetta sincronia con i ritmi della foresta. Hanno una stretta relazione con il loro territorio, perché il loro stesso territorio è vita. Non c’è una separazione netta fra uomo e natura. Fanno tutti e due parte dello stesso ciclo.

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Grazie a loro la foresta Amazzonica esiste. Grazie alla loro presenza, alla loro voce e alla loro unione.
Seguimos luchando (continuiamo a lottare)! Questo è il loro motto. Lottare per il riconoscimento della loro identità, come persone, come indigeni, come nativi kukama, come cittadini peruviani.

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Lo Stato peruviano chiude gli occhi. Gli indigeni sono scomodi. Il territorio dell’Amazzonia è prezioso. Tutto il mondo occidentale è pronto a deforestare per coltivare i propri interessi e lo Stato peruviano è pronto a concedere i suoi territori per il dio denaro, non riconoscendo giuridicamente le popolazioni indigene, lasciando che le loro risorse e i loro terreni siano sfruttati in modo indiscriminato. Gli indigeni sono considerati mezzi uomini. Non hanno gli stessi diritti degli altri cittadini peruviani.

L’Amazzonia non è importante solo per gli indigeni, per i peruviani, per l’America Latina, ma è importante per il mondo intero. Perché l’Amazzonia è il polmone del mondo e se scompare scompariamo anche noi.
Ema queste cose le sa bene.
Siamo arrivati alla comunità e siamo seduti nella maloca (capanna fatta con le foglie di coca) al centro del villaggio e stiamo aspettando che arrivino tutti i comuneros per iniziare la riunione. Oggi si parlerà dell’ambiente e dei diritti territoriali delle popolazioni indigene.
Mi siedo vicino ad Ema per farle qualche domanda prima che inizi la discussione. Voglio capire che cosa vuol dire secondo lei tutelare l’ambiente e preservarne la biodiversità.

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Mi guarda fisso negli occhi e comincia a raccontare: “C’è poca consapevolezza nelle persone e tanta irresponsabilità. La gente non si rende conto che quello che si sta facendo all’Amazzonia avrà dei riscontri negativi per tutta l’umanità,
molto presto.
La mia comunità è un grande esempio di convivenza fra uomo e natura. È un esempio di vita sostenibile”.
Ema ha vinto un premio molto importante. Puerto Prado è la prima comunità nativa peruviana ad aver ottenuto il riconoscimento del suo territorio come “area privata di conservazione naturale” da parte del Ministero dell’Ambiente con il nome di Paraíso Natural Iwirati.

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Lo sguardo dolce e il sorriso innocente di Ema contrastano con il suo temperamento forte e determinato. È la prima donna con un incarico così importante in tutta la regione. È una delle donne che ha messo al centro della sua vita e di tutta la sua comunità la tutela dell’ambiente, cambiando la percezione di come vive e si sviluppa una comunità nativa. Le donne possono essere le protagoniste della tutela dell’ambiente, potendo così dedicarsi non solo alla procreazione e alla cura dei propri bambini.
Per Puerto Prado, per l’Amazzonia e per tutto il mondo.

Comincia la riunione. Ema si alza: “Buongiorno fratelli e sorelle, oggi siamo qui riuniti per parlare insieme, scambiarci idee e lavorare alla tutela del nostro territorio. Insieme per farci rispettare. Insieme per fare rispettare il nostro ambiente naturale.
Vi prego di alzarvi uno alla volta e di presentarvi dicendo il vostro nome e il vostro incarico nella comunità. Grazie a tutti per essere qui”.
Rifletto e mi guardo in giro.

Il rumore della foresta, sullo sfondo il Rio, è un paradiso. Perché stiamo distruggendo tutto questo? Mi viene in mente cosa ho letto all’entrata di una maloca di un’altra comunità nativa: “Solamente quando l’ultimo albero morirà, l’ultimo fiume sarà avvelenato e l’ultimo pesce catturato, capiremo che il denaro non si può mangiare! Il popolo kukama lotta per difendere la vita e madre natura”.
Valeria Tomasi
Apu Ema Tapullima Murayari. Foto: CAAAP

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