Il welfare italiano è “avaro verso le famiglie”. le proposte su lavoro e famiglia del mondo cattolico.

Da il 17 aprile 2009

social%2520service%2520and%2520welfare%2520organisations Il welfare italiano è “avaro verso le famiglie”. le proposte su lavoro e famiglia del mondo cattolico.Il welfare italiano è “avaro verso le famiglie”, e non solo per le risorse destinate alla spesa sociale, che rappresentano il 26,4 per cento del Pil a fronte di una media europea del 27,1 per cento. Lo squilibrio non è esclusivamente “quantitativo” ma “qualitativo”. A lanciare l’allarme sulla marginalità del soggetto ‘famiglia’ nel contesto delle misure sociali è il Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro (composto da Cisl, Confcooperative, Confartigianato, Compagnia delle Opere e Movimento cristiano lavoratori), che oggi ha organizzato a Roma un convegno dal titolo esplicativo: ‘Lavoro e famiglia’. Nel modello di welfare del Belpaese, spiegano i promotori dell’incontro, è l’individuo il destinatario unico dei diversi interventi di assistenza sociale, mentre il peso che hanno le misure a favore della famiglia è del tutto accessorio. In termini percentuali, infatti, solo il 4,4 per cento della spesa sociale è destinata alle famiglie e alla cura dell’infanzia a fronte dell’8 per cento della media europea. E lo squilibrio si aggrava se si considerano altre voci di spesa come la disabilità, la casa e l’esclusione sociale, ambiti che si intrecciano sistematicamente con le esigenze primarie e i problemi di moltissime famiglie italiane e per i quali l’Italia investe circa il 6,2 per cento, contro l’11,4 per cento della media europea. Gli effetti di tali squilibri, ai quali si aggiunge “un sistema fiscale che penalizza i nuclei familiari più numerosi”, spiegano dal Forum, sono molti e tutti negativi, a cominciare dalle criticità che investono l’occupazione femminile, tra le più basse d’Europa. Fortemente penalizzata proprio dalla mancanza di servizi per la conciliazione tra attività accuditive e impegni professionali, la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro si accompagna a una ridotta natalità che fa dell’Italia “uno dei paesi più vecchi della Ue”.
Alle minori fonti di reddito si aggiunge, quindi, il carico dovuto alle spese per i servizi di cura che gravano oggi in larga misura proprio sulle famiglie, costrette a riservare quote crescenti del proprio reddito per poter garantire assistenza alla terza età e all’infanzia. Per avere un’idea della portata sociale degli squilibri va ricordato che, secondo l’Istat, dei 23 milioni di famiglie (di cui circa 9 milioni composte da coppie con figli e 5,5 milioni formate da nuclei con quattro o più componenti), arriva a fine mese con molta difficoltà circa il 15,4 per cento del totale. Ma l’area del disagio è ben più ampia se si considera che circa un terzo delle famiglie italiane (32 per cento) non sarebbe in grado di sostenere una spesa imprevista di 700 euro, percentuale che sale al 46 per cento nel Mezzogiorno e raggiunge il 41 per cento nei nuclei in cui c’è un solo percettore di reddito. “È ormai evidente – ha osservato il portavoce del Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro, Natale Forlani – che il modello italiano di prestazioni, che assegna alla famiglia un ruolo di ‘ammortizzatore sociale di fatto’, non è più sostenibile e sta contribuendo a destrutturare l’istituzione familiare, la sua capacità di investimento sociale ed espone, in modo crescente, numerose famiglie ai rischi di impoverimento”.
Un disagio, peraltro, che non risparmia le imprese familiari. Ossia quel “milione e mezzo di aziende artigiane e a conduzione familiare – ha chiarito il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini – a cui il nostro paese deve gran parte del suo sviluppo. Un tessuto produttivo molecolare, strettamente legato al territorio, fatto di società cooperative e piccole imprese” che cresce ogni giorno di più. Tanto che oggi “oltre il 60 per cento degli imprenditori sotto i 40 anni – ha continuato Guerrini – ha proseguito l’attività paterna”. Eppure in questo momento l’impresa familiare “vive la crisi economica quasi in solitudine, con crescenti difficoltà di accesso al credito, senza ammortizzatori e con evidenti ostacoli al trasferimento di impresa tra le generazioni”. È necessario quindi intervenire in modo incisivo per sostenere l’impresa familiare e, soprattutto, riequilibrare il sistema di welfare, garantendo maggiori risorse alle famiglie. Soprattutto i nuclei più colpiti dalla crisi. Un riequilibrio, puntualizzano i promotori del convegno, che non può non ripartire dalla centralità delle prestazioni sociali e dal ruolo delle famiglie come attori primari sia della domanda di servizi sia dell’offerta di beni relazionali e di prestazioni non sostituibili. E le leve su cui appare possibile agire da subito per aumentare il reddito familiare sono sostanzialmente tre: la riduzione dei costi per i servizi alla persona sostenuti dalle famiglie, migliorando la qualità delle prestazioni e riducendo il lavoro sommerso; l’aumento delle diverse forme di sostegno al reddito per chi perde il lavoro in funzione del numero dei componenti a carico; l’incentivazione e il sostegno degli investimenti delle famiglie nelle piccole imprese.
Nel dettaglio, per quanto riguarda il primo punto, la proposta del Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica per ridurre i costi dei servizi di cura è il cosiddetto “voucher universale”. Il voucher è uno strumento già praticato in numerosi paesi europei, come la Francia, finalizzato all’acquisto di servizi alle persone, detraibile dai redditi e detassato per i prestatori d’opera, che può essere acquistato dalle famiglie per remunerare le prestazioni dei servizi. Secondo i promotori del convegno, si tratta di uno strumento vantaggioso sia per le imprese, che potrebbero utilizzarlo come benefit o incentivo per i lavoratori, sia per gli enti locali (Regioni, Province e Comuni), per erogare servizi di cura alle famiglie più disagiate. L’introduzione del voucher universale (che può essere immaginato sia cartaceo sul modello del diffusissimo ticket restaurant, sia in forma elettronica come accredito prepagato anche sulle social card) sarebbe in grado di qualificare l’intero comparto dei servizi alla persona, riducendo i costi per le famiglie, favorendo una migliore politica di conciliazione e soprattutto riducendo il lavoro irregolare in questo campo. In Francia, per esempio, questo tipo di voucher ha generato risultati estremamente interessanti: 140 mila posti di lavoro creati in un ano, qualificazione del comparto e nascita di nuove imprese con un costo per lo Stato pari a 500 milioni ma compensati da maggiori entrate fiscali e previdenziali per oltre 420 milioni di euro. E già il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini e il responsabile del Dipartimento Lavoro del Pd Enrico Letta, tutti e tre ospiti del convegno, hanno accolto positivamente l’idea. “Nell’ambito specifico dei servizi di cura alle persone – ha dichiarato Sacconi – il voucher universale può far emergere il lavoro sommerso” perché “abbiamo visto che i voucher non destrutturano, ma strutturano quello che oggi non è un rapporto di lavoro”.
La seconda proposta del Forum riguarda invece misure finalizzate a sostenere i redditi delle famiglie, attraverso un significativo intervento di adeguamento dei sostegni al reddito per come sono stati configurati dalla legge 2 del 2009, in base alla composizione del nucleo familiare e al numero dei percettori di reddito. Attualmente il conteggio degli assegni familiari, anche per gli ammortizzatori in deroga, compensa solo in minima parte il carico familiare. La proposta prevede quindi di incrementare il sostegno al reddito percepito nella misura di 100 euro in più per familiare a carico del lavoratore, garantendo quindi un incremento proporzionale alla dimensione del numero di componenti. La terza leva riguarda poi il sostegno all’artigianato, alle imprese familiari e a quelle che più si rivolgono alla cura e ai servizi per la famiglia. In questo senso, un primo pacchetto di misure dovrà garantire la “continuità imprenditoriale” favorendo e incentivando il trasferimento d’impresa attraverso le generazioni tramite la semplificazione amministrativa e l’introduzione di forme di incentivazione mirate. Un secondo pacchetto di misure dovrebbe essere dedicato invece a creare “Fondi di credito parzialmente assicurati”, finalizzati a sostenere gli investimenti delle famiglie per la creazione di piccole imprese, ipotizzando un ruolo propulsivo delle istituzioni bancarie. Infine, è necessario guardare alle imprese che lavorano con la Pubblica amministrazione e che soffrono del grave problema del ritardo dei pagamenti. Un disagio che riguarda in particolare quelle imprese sociali come per esempio le cooperative, concludono i promotori dell’incontro ‘Lavoro e famiglia’, che offrono servizi rivolti soprattutto alle famiglie. Roma, 15 apr (Velino)

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