Il Convegno di Bellamonte “Incontrare la pace” in un libro

Da il 2 gennaio 2019
incontrare la pace libro

Il volume raccoglie gli Atti del Convegno “Incontrare la pace” promosso dalla Fraternità Francescana Frate Jacopa a Bellamonte (Tn) dal 20 al 23 agosto 2018 con il patrocinio del Comune di Predazzo.

La complessità e problematicità del tempo presente contrassegnato da una conflittualità crescente, che dal livello personale all’aggressività sociale e globale manifesta in maniera eclatante il bisogno di incontrare la pace, ci pone davanti all’urgenza di interrogarci in ordine alla pace e alla responsabilità di rigenerare la scelta perseverante della pace.
Rigenerarla rispetto alle tante guerre che insanguinano il pianeta e rispetto alle tante forme di violenza presenti in questo mondo sempre più dominato da un individualismo prevaricatore e suicida.

Il libro offre luci per un discernimento attraverso il contributo di esperti che accompagnano a riportare al cuore ciò che è determinante per la pace e orientano ai passi da compiere per l’edificazione della pace. C’è una responsabilità della pace da assumere come artigiani della pace facendo entrare il mondo nella nostra quotidianità, nella nostra cura, nel nostro operare. Sono sempre da riparare le condizioni della pace. E la via per cui può avvenire tale riparazione è l’incontrare. L’incontrare Cristo nostra pace, l’incontrare l’altro, l’incontrare la diversità, l’incontrare che pone in relazione gli ambiti di vita (religioso, sociale, civile, politico) per il farsi della pace. Un incontrare che chiama all’interazione e alla reciprocità tra i popoli della terra per il bene comune della pace.
Rendersi parte attiva di questo incontrare la pace vuol dire riconoscerne l’origine.

La pace non è solo atto interiore, non è assenza di conflitto: nella sua dimensione piena è shalom e  riguarda essenzialmente il nesso tra Dio e l’uomo e quello corrispondente tra l’uomo e Dio” (Don Massimo Serretti). L’uomo ha parte della pace che viene dal Signore solo vivendo e operando in questa alleanza secondo giustizia.
“Il fatto che per il cristiano la pace sia la pace di un Altro dice che essa è relazionale” (Serretti). Riconoscere la pace nel disegno creaturale del Padre significa riconoscerla nella relazionalità con Dio, con gli uomini, con il creato. Riconoscerla in ciò che è fondamentale per la vita innanzitutto: la famiglia, posta in modo speciale nell’alleanza col Signore, quale “luogo dell’amore” generativo di bene, di verità, di libertà. Sia l’unità dell’uomo e della donna, come la vita di relazione che da essa si dipana, vengono a costituire la trama della pace.

La famiglia ben vissuta non solo opera la pace, ma genera a sua volta operatori di pace e rappresenta un baluardo irriducibile nell’edificio sociale e statuale verso ogni forma di totalitarismo. Siamo coinvolti ad un profondo esame di coscienza circa la qualità di questa relazione fontale e la sconcertante urgenza di custodia del valore della famiglia per la coltivazione della pace. Riconoscersi parte attiva dell’incontrare la pace richiama a divenire “artigiani della pace”. Non si improvvisa la pace, non ammette dilazioni né deleghe: è in un compiersi che va adempiuto giorno dopo giorno dal quotidiano al mondo perché ogni dimensione umana è stata redenta da Cristo nostra Pace. Allarmanti situazioni internazionali, caratterizzate da forme di violenza invasive e distruttive nella politica, nell’economia, nei media, esigono più che mai la cura sollecita della possibilità della pace, il rigenerarla con pazienza e creatività amorosa.

Per riparare la convivenza umana occorre compiere “l’esercizio del noi”; occorre “la sapienza di fare la pace dalle piccole cose, dal sé, dal proprio paese essendo però aperti al bene comune mondiale dell’intera famiglia umana”. Il contributo
di Mons. Mario Toso ci fa ben comprendere come l’essere artigiani di pace non restringe il campo della nostra azione per la pace.

convegno bellamonte 2018 pace 736x1024 Il Convegno di Bellamonte “Incontrare la pace” in un libro

L’essere artigiani della pace radica la sua coltivazione nella interiorità,  ma proprio con questa concretezza ci chiama a pensare la pace responsabilmente a tutto campo (un campo emblematicamente rappresentato qui da tre questioni cruciali, l’immigrazione, la finanziarizzazione dell’economia, mass media e fake news, nell’orizzonte di una rinnovata attenzione all’impegno politico), traducendola in quella cultura dell’incontro fondamentale per battere  l’indifferenza, la diffidenza, la paura dell’altro e poter tessere così la trama di una nuova convivenza plurale contribuendo ad edificare comunità di pace (dal noi ecclesiale al noi civile),affinché possa esserci discernimento e intelligente operosità per divenire insieme artefici di pace.

Da artigiani della pace siamo chiamati a vigilare come sentinelle per una vita buona, crescendo nella consapevolezza che la cura del bene comune di ogni uomo e di ogni popolo è posto anche nelle mani di ognuno di noi (Toso).
Il delicato rapporto tra “Diritti umani, democrazia e pace” è affrontato attraverso l’apporto di Marco Mascia e la  testimonianza del territorio che ha ospitato il Convegno, riguardante il progetto “città rifugio” per i difensori dei diritti umani accolto dal Comune di Trento (Violetta Plotegher) e l’accoglienza migranti operata dal Comune di Predazzo (Maria Bosin).
Mascia entra nel merito del tema dei diritti umani “cardini della pace” evidenziando un lungo importante cammino, che richiede di essere completato e soprattutto di essere rigenerato rispetto alla problematicità del momento attuale che vede, a 70 anni dalla Dichiarazione universale dei Diritti umani, un imbarbarimento delle relazioni internazionali, dove principi, valori, diritti sono messi in discussione dalla crisi economica, dalla crisi migratoria, da un rigurgito di statalismo, di sovranismo, di nazionalismo.

Quali gli strumenti per rispondere? Occorre rifarsi al cantiere universale nel quale è avvenuto il riconoscimento giuridico internazionale dei diritti umani. Anche se in tanta parte del mondo vediamo ancora calpestati i diritti umani, non siamo nell’anno zero per la costruzione di un ordine internazionale più giusto, equo,
solidale, democratico. C’è un nuovo ordine internazionale dei diritti umani che ha anticipato la globalizzazione  dell’economia e della politica, dando visibilità alla cittadinanza universale; c’è una organizzazione internazionale  multilaterale da far funzionare; c’è una società civile globalizzata sempre più progettuale. L’espressione “famiglia
umana” entra a far parte del linguaggio giuridico.

La Dichiarazione Universale rappresenta il codice genetico di una rivoluzione giuridica, politica, culturale tuttora in atto nel segno della centralità della persona umana. Occorre divenire consapevoli di questo percorso straordinario ma al tempo stesso divenire consapevoli della necessità di una continua implementazione e crescita tanto più in presenza dell’attacco portato avanti con l’obiettivo di fermare l’avanzata di questo diritto umano-centrico.

La sfida che abbiamo di fronte è quella della democratizzazione delle istituzioni internazionali, il che significa togliere il potere esclusivo di prendere decisioni ai governanti. La sovranità degli Stati dovrebbe essere distribuita verso l’alto (verso le organizzazioni sovranazionali) e verso il basso (verso gli enti di governo locali e regionali).
Gli enti locali, che tanto hanno contribuito per la promulgazione del “diritto a poter godere della pace”, essendo in prima linea per la gestione dei diritti umani, devono giocare un ruolo fondamentale.

Attraverso l’ospitalità temporanea di uomini e donne che con un’azione non violenta difendono popoli e territori, il progetto “città rifugio” per i difensori dei diritti umani (Plotegher) ci parla di una “diplomazia internazionale” fatta da un lavoro di relazioni di comunità, diplomazia feconda sia per la comunità d’origine sostenuta nelle sue motivazioni
sia per la comunità ospitante stimolata alla promozione di una cultura della pace. Allo stesso modo l’esperienza di accoglienza di migranti del Comune di Predazzo (Bosin), un’accoglienza preparata con un coinvolgimento pubblico e di associazionismo, evidenzia un’opportunità di conoscenza, di inclusione, di interazione sulla base della riscoperta concreta della comune umanità.

“Non è poesia difendere i diritti umani” (Plotegher).

È una passione profonda che nasce dalla consapevolezza delle ferite inferte alla comune appartenenza alla famiglia umana ogni qualvolta è negata la  dignità dell’uomo e la sopravvivenza dei popoli, ben sapendo che senza stare dentro questa passione in una conversione continua, è la nostra stessa umanità a venire meno.
“Giustizia, economia e pace” è l’altro campo di indagine determjnante oggi sul versante della pace.
L’apporto di Paolo Rizzi mette in luce il divario venutosi a creare nella seconda metà dell’Ottocento tra valori e ragionamento economico che rimane così legato ad una visione strettamente economicista (utilitarismo), divaricazione che sta all’origine delle disuguaglianze crescenti in termini economici, di sviluppo, di possibilità di vita oggi più che mai evidenti. Comincia a riaffacciarsi ora la scelta etica come presupposto, soprattutto nella considerazione delle condizioni di chi sta peggio.

La riflessione è attraversata dalle concezioni della giustizia che via via si trasformano e si arricchiscono. In ambito economico innanzitutto è stato posto il concetto di giustizia commutativa (rapporti privati) e giustizia distributiva (rapporti e beni pubblici dove il requisito diventa l’equità essendo ingiuste tutte le azioni escludenti). Nel nostro tempo viene introdotto il concetto di giustizia contributiva sociale che punta a risolvere il problema dei beni comuni, per i quali esiste una obbligazione etica nei confronti della comunità. Aquest’ultimo concetto di giustizia si aggiunge la “giustizia di riparazione” (Sachs) sia a livello personale che macro-economico (con riferimento al debito ecologico). L’analisi dei nodi problematici in relazione alla pace pone in evidenza l’urgenza di elaborare forme nuove di economia civile per una convivenza più giusta ed orientata al bene comune.

La prospettiva cristiana, con il prezioso giacimento della Dottrina Sociale della Chiesa, offre indicazioni importanti, sottolineando come la giustizia sia inseparabile dalla carità: è la prima via della carità. Con Encicliche di grande rilievo, il Magistero ammonisce perché la carità si adoperi per la costruzione della “città dell’uomo” nella logica del dono che supera la giustizia e la completa, nella consapevolezza dell’inadeguatezza di ogni sistema giuridico, politico ed economico a realizzare pienamente la pace. Siamo convocati ad una sana inquietudine per incontrare sempre e nuovamente la pace. Il compito della “profezia della pace” ci interpella  come cristiani innanzitutto a restituire al mondo il dono di Cristo nostra pace. L’esemplarità di S. Francesco (Lucia Baldo) e la dimensione ecumenica (Riccardo Burigana) ci conducono a considerare in profondità il “come” poter assumere la nostra responsabilità, come rispondere di questo dono, il dono della fede, vera e propria risorsa pubblica per incontrare la pace.

Ci aiutano a considerare come poter accogliere e sostenere l’anelito di pace insito in ogni uomo; come promuovere l’incontro “perché prevalga sulla strategia dello scontro”; come promuovere l’interesse, lo “stare tra”, lo stare in mezzo, l’interesse per ogni altro in nome della comune umanità, rispetto al disinteresse dilagante che si trasforma in indifferenza complice.

L’esemplarità di S. Francesco si presenta a noi in tutta la sua forza profetica perché il Santo ha fatto di tutta la sua vita una missione di pace, scoprendo nel Padre la fonte di ogni pace, a cui rimanda in ogni luogo col saluto “Il Signore ti dia pace”. E ”non esiste per lui presupposto più importante per la pace che la fraternità umana” (Baldo). Il legame con il Padre e con tutti gli uomini lo pone in cammino, mettendo in campo la preghiera come prima forza per la pace, per incontrare con l’umiltà sapiente del povero ogni altro lungo le strade del mondo, incontrare il lupo, incontrare il brigante, incontrare il sultano.

Lo espone a farsi mediatore di pace, ponendosi in mezzo per portare la pace tra i contendenti, “partecipando alla vita degli altri di cui la nostra è parte integrante”. Una esemplarità che ci sollecita a divenire “figli della pace” indicandocene le vie.
Burigana prospetta tutta l’importanza del dialogo, a partire dalle parole del Papa a Bari (incontro “Su di te sia pace”), che uniscono insieme due filoni centrali del suo pontificato: dialogo ecumenico e pace. Sollecitazione profonda a divenire
sempre più “porta aperta per il mondo” ad incontrare la pace. Se si perde la ricchezza della diversità si indebolisce la cultura della pace.

La testimonianza del noi ecclesiale a tutto campo valorizza invece le differenze come qualcosa che arricchisce in ordine alla pace, tenendo insieme aperta la porta per il dialogo con le altre religioni, denunciando la giustificazione religiosa della violenza e costruendo insieme la cultura dell’accoglienza.
La pace non si costruisce infatti a tavolino, ma condividendo le sofferenze del mondo e senza l’impegno comunitario del “riparare” non si dà possibilità di pace.

È un invito pressante a radicare in profondità una nuova attenzione  alla reciprocità con le diverse religioni per attestare nello “spirito di Assisi” che nessuna religione è  per la guerra e per aprirci nella comunione con ogni uomo e donna di buona volontà in un rinnovato cammino per l’edificazione della pace, dando corpo a quella pluriformità che rivela il vero volto dell’umanità. La pace non si costruisce firmando innanzitutto accordi con chi ci ama già, ma assumendo i problemi del mondo “perché senza un impegno globale e comunitario la pace rimane uno slogan e non diventa il pane quotidiano del domani”.

Le conclusioni (p. Lorenzo Di Giuseppe) richiamano un punto fontale per il farsi della pace: la pace è nel disegno originario dell’uomo. Non è l’egoismo all’origine della natura umana.
All’origine è la fraternità, quella fraternità che Cristo è venuto a restaurare. Si tratta dunque di liberare le risorse della pace nella concretezza del liberare l’umano, la sua dignità, la grazia di appartenere alla stessa famiglia umana. Incontrare la pace implica un cammino che richiede discernimento,  vigilanza, cura, mobilitazione instancabile per l’altro, un cammino arduo ma fondato sullasicura speranza perché l’uomo è ordinato alla pace.

La pubblicazione di questi Atti vuole essere segno di condivisione della ricchezza ricevuta. Nel ringraziamento corale a chi ce ne ha fatto prezioso dono, possa divenire fermento per un rinnovato desiderio di mettersi in cammino. “Ciascuno possa
sperimentare la bellezza di incontrare la pace dentro di sé e dentro il cuore di ognuno” (Don Cristiano Bettega).
Argia Passoni,
Fraternità Francescana Frate Jacopa

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